Friendfeed

Iscriviti a me su FriendFeed

Cosa si legge ad Elea

Blogfamily on Flickr

www.flickr.com
Questo è un badge Flickr che mostra le foto di un set chiamato Istria 2007. Crea il tuo badge qui.

Elea's Burning!

 Subscribe in a reader

My RSS Feeds








Quante volte?

E da quanto tempo?

  • 5 yrs 5 wks 5 days old
  • Updated: 4 Feb 2010
  • 1,087 entries
  • 4,476 comments

Quanto manca alle prossime ferie

Liberazione!

Calendario

««Feb 2010»»
SMTWTFS
 
1
23456
78910111213
14151617181920
21222324252627
28

Post sotto l'Albero - 2009

Questo blog esiste per colpa di

Ultimi graffiti sulla Porta Rosa

DOVE VOGLIO TORNARE

Monday, 1 February 2010

L'APOCALISSE È VICINA/28

Monday, 18 January 2010

L’APOCALISSE È VICINA/27

Friday, 8 January 2010

Fantacalcio

Traffico sulla via di Porta Rosa

Total: 1,039,883
since: 2 Jan 2005

DOVE VOGLIO TORNARE

Monday, 1 February 2010 11:02 A GMT+01
Quelle poche volte che scendevo presto in cortile, a primavera ormai inoltrata (poteva essere maggio, o giugno; potevano essere i primi giorni delle vacanze estive).
Ancora non c'era nessuno, e
vagando per il giardino aspettavo che scendessero anche i miei amici.
Silenzio.
Il canto degli uccelli, il volo dei maggiolini, il profumo delle robinie in fiore, l'odore di biancheria dei panni stesi ad asciugare ai fili delle finestre del pianterreno.
La rugiada che mi bagna i sandali.
Una luce ancora soffusa, il sole delle nove del mattino, le ombre ancora lunghe.
Era il paradiso e non lo sapevo.
Era la purezza e non lo sapevo.
È dove voglio tornare.

L'APOCALISSE È VICINA/28

Monday, 18 January 2010 5:24 P GMT+01

O santa polenta...
Corriere della Sera
tags:  

VOCI DA PORT-AU-PRINCE/3

Sunday, 17 January 2010 10:39 P GMT+01
La tragedia di Haiti lascia senza fiato. Gigantesca. Più di quanto si immaginava. Il numero delle vittime imprecisato, si parla di decine e decine di migliaia. In una parte di un'isola già povera e provata da miseria e fatica di vivere, si è abbattuta una sventura che lascia attoniti. Come se a sventura si aggiungesse sventura in un baratro senza fondo. Haiti, nome esotico e di buia miseria. Nome di terra lontana. Di popolo provato e povero. E il fiato non si sa dove prenderlo. Se metti la faccia tra le mani, il respiro non torna. E se anche ti volti da un'altra parte, il respiro non torna. E se ancora maledici i terremoti, non torna. Come non tornano le decine di migliaia di innocenti. I bambini e le donne. Come non tornano i sepolti vivi.
Un raddoppiamento di male. Di sventura. Un raddoppiamento di catastrofe. Una insistenza del dolore e della mancanza di fiato. Come se nessun "perché" gridato in faccia a nessuno e nemmeno gridato in faccia al cielo potesse esaurire lo sconforto, e la durezza che impietrisce davanti al disastro e alle immagini di disastro. Nessun "perché" rigirato nelle mani, nessuna domanda ricacciata in gola, può esaurire l'inquietudine. Una doppia ingiustizia. Una moltiplicata sventura. Anche il cuore più sordo sente il grido di questa sventura. Anche il cuore più duro si crepa davanti alla morte che domina così apertamente, così sfacciatamente. Anche l'anima che non sospira mai, sente il fiato che si tira. Il fiato che non arriva. Il fiato che si rompe.
Quasi non si arriva nemmeno alla domanda, lecita, urgente di cosa si può fare, di fronte a questa tragedia. Quasi non si arriva a formulare nessuna domanda su cosa fare, perché si rimane inchiodati a una domanda più forte, più radicale: cosa possiamo essere? Sì, insomma, cosa si è, cosa è essere uomini davanti a questi eventi? Perché sembra quasi che ogni forza nostra, ogni umana dignità siano annullate. Radiate. Come se esser uomini davanti a tali tragedie sia quasi una cosa grottesca. Tappi di sughero nel mare in tempesta. Formiche in balìa della strage, come diceva Leopardi di fronte al Vesuvio sterminatore.
Da dove riprendere fiato, umanità, dignità davanti a tale strage? Non c'è altra possibilità: davanti a questo genere di cose, o si prega o si maledice Dio. O si è credenti o si diventa contro Dio. Una delle due. E se il cristiano dice di esser quello che prega, invece di esser l'uomo che maledice, non lo fa per sentimentalismo. Non lo fa per comodità. Anzi, è più scomodo. Molto più scomodo. Ma più vero. Perché quando il mistero della vita sovrasta - nella sventura come nelle grandi gioie - è più vero aprire le palme vuote, o piene di calcinacci o di sangue dei fratelli e dire: tienili nelle tue braccia. Tienili nel Tuo cuore. Perché noi non riusciamo a conservare nemmeno ciò che amiamo. Perché la vita è più grande di noi, ci eccede da ogni parte, e la morte è un momento di eccedenza della vita. Un momento in cui la vita tocca fisicamente il suo mistero.
La natura non è Dio. In natura esistono anche i disastri. Come gli spettacoli e gli incanti. Ma la natura non è Dio. Non preghiamo la natura, che ha pregi e difetti, come ogni creatura. Preghiamo Dio creatore di abbracciare il destino delle vittime. Il destino triste di questi fratelli. Che valgono per Lui come il più ricco re morto anziano e sereno nel proprio letto. Che ci ricordano, nel loro dolore, che non siamo padroni del destino.

Davide Rondoni, E noi apriamo le nostre palme vuote.
tags:    

VOCI DA PORT-AU-PRINCE/2

Sunday, 17 January 2010 3:12 P GMT+01
Dalla Farnesina ci hanno comunicato la possibilità di evacuare. Ora, per me non ci penso proprio. Guardavo il mio piccolo Alessandro. Chissà cosa lo aspetta. Ma la nostra grande speranza non crolla, anzi cresce. Affermare la vittoria della vita sulla morte e ricostruire l'umano è ora il nostro compito qui.
State con noi. Ciao, Fiammetta.

(Da Port au Prince, il diario di Fiammetta Cappellini di AVSI. 15 gennaio 2010)

tags:    

VOCI DA PORT-AU-PRINCE/1

Sunday, 17 January 2010 11:40 A GMT+01
Di fronte alla tragedia di Haiti io non ho niente da dire.
Nel senso che non ho parole. E quindi taccio. Quel che mi gira nel cervello e nel cuore non è articolabile in un post, e lo presento così com'è di fronte al Salvatore del mondo.
Ma qualcuno o qualcosa che si avvicini a quel che sento e non riesco a dire, qua e là si trova.
Allora, semplicemente, lo riporto qui.

Una riflessione ... interessante ... ce l'ha regalata una delle prime immagini che ci ha riportato il nostro inviato Maurizio Molinari.
L'immagine di una Port-au-Prince popolata, nella prima notte tragica, da cristiani e seguaci dei riti voodoo accomunati in uno straziante canto rivolto verso il cielo. Per chiedere aiuto, per cercare un contatto con i propri cari morti sotto le macerie, per farsi coraggio, per tentare di scorgere una speranza che non si vede e non si tocca, ma alla quale non si vuole e probabilmente non si può rinunciare. Anche qui un terremoto: forse ancor più grave di quello del 1755 a Lisbona. Ma di fronte alle stesse scene di devastazione e di morte, il popolo - o almeno, tanta parte di un popolo - dà una risposta diversa da quella di Voltaire. Il sangue e il lutto, e ancor di più il senso di impotenza, in questo caso portano non a negare l'esistenza di un Interlocutore, o a ritenerlo crudele e colpevole: bensì a chiedergli soccorso.
Colpisce noi occidentali l'immagine di cristiani e voodoo uniti in una sola, corale preghiera. Colpisce tanto più se ci arriva in un'epoca in cui è frequente il voler rimarcare le differenze. Ad Haiti ci sono i cattolici, i protestanti, i Testimoni di Geova. E ci sono i voodoo, un mondo a noi quasi del tutto ignoto, o meglio tramandatoci dalla letteratura, dai film e perfino dai fumetti come un qualcosa a metà fra il folclore e l'horror. «Voodoo» evoca in noi riti magici, morti che camminano, zombie, spilloni. «In realtà - ci spiega lo studioso delle religioni Massimo Introvigne, torinese - ci sono due livelli di voodoo. Uno è appunto quello che più conosciamo noi, fatto di pratiche popolari, di maghi a pagamento, truffatori.
È il voodoo dei cadaveri che escono dalle tombe e di Baron Samedì», il signore dei cimiteri di cui l'ex dittatore di Haiti François "Papa Doc" Duvalier affermò di essere l'incarnazione. «Ma c'è anche un altro voodoo - continua Introvigne - affermatosi ad Haiti e a New Orleans nel XX secolo come una vera e propria religione organizzata, con edifici di culto e reverendi. È un voodoo che ha tentato di entrare in dialogo con il cattolicesimo. La sua è una teologia sincretistica, che attinge alle antiche religioni afro-americane e allo stesso cristianesimo. È importante distinguere bene fra due questi due tipi di voodoo, molto diversi fra loro, uno serio e uno cialtrone».
Distinzioni doverose, ma probabilmente irrilevanti di fronte alla gigantesca preghiera collettiva nelle strade violentate di Haiti. Dove prima ancora che cattolici, protestanti, voodoo e Testimoni di Geova, c'erano, più semplicemente, degli uomini. La notte di canti e preghiere di Haiti ci dice questo: ci dice che di fronte al vuoto e alle grandi domande sull'esistenza le differenze si fanno piccole fino a scomparire, per far posto a esigenze che sono eguali per tutti. Ma questi canti e queste preghiere ci dicono anche un'altra cosa. E cioè quanto sia difficile estirpare un senso religioso che è nato agli albori dell'umanità dallo stupore nel percepire la dipendenza da un Mistero, quale che esso sia.
Non c'è politica o economia che possa dare fino in fondo risposte esaurienti alla domanda che nasce dal cuore di chi è ferito. Ha scritto Eugène Ionesco: «La donna che nessuno ama, l'uomo cui diagnosticano un cancro, il pensionato sulla panchina, l'anonimo o l'illustre che si fa la barba e, guardandosi allo specchio, si chiede che ci fa lì: tutti costoro non furono né mai saranno consolati da alcuna politica». I canti e le preghiere di cristiani e voodoo nella notte di Port-au-Prince sono l'urlo di ciascuno di noi di fronte alla morte; l'urlo di un'umanità che - per quanto si illuda - non può che prendere atto, infine, di non poter bastare a se stessa.

Michele Brambilla, Cristiani e vodoo una sola preghiera.

tags:    

IL RECENSIVENDOLO. VIAGGIO AL TERMINE DELLA NOTTE

Thursday, 14 January 2010 9:08 P GMT+01
Molti dicono che sia il libro in cui il '900 si rappresenta nella maniera più compiuta. Non so, a me pare di più il libro in cui si seppellisce l'800.
È all'800 che si dice addio quando gli dèi son morti, non ci sono più assoluti, e quel che resta è solo l'individuo e il suo destino di decomposizione. Non è ‘900, non lo è ancora, perché di quel commiato l'individuo non è mica contento.
Non c'è nel Viaggio di Céline quel compiacimento e quel gusto del cinismo, quell'ostentazione della mancanza di ideali elevata a nuovo, unico e vero ideale che è la cifra dell'uomo novecentesco - e di noi del secolo ventuno. Il Viaggio scava nella notte senza perder tempo in piagnistei e rimpianti: quel che è morto è morto. Ma non c'è nemmeno traccia di superomismi, non si gonfiano muscoli, il funerale degli ideali viene celebrato senza pompa.
Insomma: se è vero che non c'è più l'800 degli ideali, se è vero che il mondo è cambiato, e che Céline ci sbatte davanti senza pietà l'orrore ed il non senso di questo nuovo mondo, è vero anche che lui, Céline, non ne è mica contento.
Prova a guardare bene fra le pieghe del testo, non lasciarti incantare da quel continuo ribadire che tutto è marciume destinato ai vermi .
E vedrai che la volta che incontra, nella figura di un povero cristo, "tanta tenerezza da rifare il mondo intero", Céline non riesce a fare a meno di prenderne nota. E di dircelo, di raccontarcelo. Di segnarcelo addirittura col dito. E mentre ce lo dice, si vede che è commosso. Tanto da far cadere - l'unica volta in tutto il Viaggio - le sue difese, e ammettere che "non sarebbe poi tanto male se ci fosse qualcosa per distinguere i buoni dai cattivi". Come dire: come sarebbe bello se ci fosse un Assoluto. In Céline, quel che vi è di più vicino a una preghiera.
Questo pensiero da Ottocento Céline lo tira fuori in un momento di debolezza, a un quarto del suo libro, e nelle pagine restanti le uscite di questo tipo te le scordi, ne troverai di simili ma sempre caute e dette a bassa voce.
Ma quella frase mette tutto il Viaggio in una luce che nessuna ostentazione di anarchia e nichilismo può cancellare.

L’APOCALISSE È VICINA/27

Friday, 8 January 2010 10:13 P GMT+01
Visto che ormai anche Giacobbo si va via via convincendo che quella dei Maya è una cazzata, e che anche Apophis pare abbia rinunciato a farci una visitina, conviene trovare qualcosa di nuovo all'interno del bazar delle "minacce-che-ci-fanno-cagare-addosso-ma-senza-chiederci-di-ridurre-le-emissioni-di-CO2". E allora, ecco qua l'ultima novità: la stella che scoppia, ci investe di raggi, spazza via l'ozono e ci annienta tutti.
Peccato che, nella migliore delle ipotesi, la cosa si verificherà fra un dieci milioni di anni. Al momento, quanto a sfighe cosmiche, questo è il meglio che possiamo offrire.

Wired; Corriere della Sera

SULL’INTEGRABILITÀ DELL’ISLAMICO - REPRISE

Wednesday, 6 January 2010 3:59 P GMT+01
Un ulteriore contributo alla questione della "integrabilità" dei musulmani viene offerto da un post di Wind Rose Hotel e dal post corrispondente di Sandro Magister.
L'idea di fondo - peraltro non nuova, ma non priva di ragionevolezza - è che la difficile integrazione degli islamici nelle società occidentali sia dovuta ad una loro maggiore propensione al radicalismo religioso, a sua volta causata dalla profonda crisi d'identità che la condizione d'immigrato porta inevitabilmente con sé. Tant'è vero che alcuni atteggiamenti e comportamenti fortemente identitari constatabili nella popolazione musulmana residente in occidente sono stati già da tempo abbandonati nei loro paesi d'origine.

(Prendo la palla al balzo anche per fare gli auguri di buon compleanno al mio blog, che qualche giorno fa ha compiuto cinque anni di presenza sul web.)


Wind Rose Hotel; Sandro Magister

SULL’INTEGRABILITÀ DELL’ISLAMICO

Tuesday, 5 January 2010 11:48 P GMT+01
Sul Corriere si sta sviluppando nelle ultime settimane un dibattito sull'integrabilità degli islamici nelle società occidentali.
Al di là di quel che se ne pensi, può essere utile seguirne le varie fasi.
Per cui, lascio qui i link delle (prime?) tre puntate apparse finora (anche perché mi potrebbero venir buone in chiave didattica):
L'integrazione degli islamici, di G. Sartori
I musulmani e i tempi dell'integrazione, di T. Boeri
Una replica ai pensabenisti sull'islam, di G. Sartori
Buona lettura.
Corriere della Sera

P.s.: su segnalazione di Ipazia Sognatrice, aggiungo la quarta puntata:
Il pluralismo valorizza la diversità. No al multiculturalismo ideologico, di G. Sartori.

31 DICEMBRE

Thursday, 31 December 2009 12:49 P GMT+01
È già da qualche anno che del trentun dicembre non me ne frega un fico.
Capisco il richiamo delle date, il senso di definitivo che dà quel che si chiude e l'attesa speranzosa per quel che comincia. Capisco tutto. Non è che osservi il 31 dicembre e il Capodanno scuotendo il testone con aria di superiorità di fronte all'affannarsi in preparativi più o meno goderecci o davanti all'ansia da bilancio di chi mi sta intorno. Capisco, ma sorrido e, semplicemente, non me ne frega un fico.
Credo che la cosa abbia a che fare con la parte di viaggio che sto percorrendo in questi anni.
Dopo la partenza, della quale ho ben pochi ricordi, e l'eccitazione che ha contraddistinto tutta la prima parte della traversata, è intervenuta una strana calma.
Qui, in mezzo all'oceano, a miglia e miglia dal porto in cui m'imbarcai e con davanti ancora tanto mare prima dello sbarco (a meno di sempre possibili tempeste e catastrofi di varia natura), i giorni di navigazione si assomigliano sempre di più. Ormai conosco bene il bastimento, e il paesaggio che mi circonda non riserva mai grosse sorprese. Non che mi annoi, anzi: la ripetizione ha un suo fascino, la sicurezza che mi viene dal conoscere a fondo l'equipaggio e i compagni di traversata fa sì che riesca solo ora a sfruttare appieno le risorse della nave. E quindi non mi aspetto granché. Sono piuttosto soddisfatto di quel che ho, di come sto, di come vedo i miei cari e le persone che più mi stanno vicine in questo viaggio. Mi sento pronto ad affrontare le inevitabili traversie e difficoltà che la rotta della nave mi farà incontrare. E ne ho paura, ma so che l'averne paura non mi aiuterà granché ad averne ragione, o a sopportarle.
Insomma, navigo. Confidando che il viaggio abbia una destinazione e un senso. Ringraziando Dio o il destino per questi giorni almeno in apparenza tutti uguali, colorati di una monotonia serena, che forse per i mortali è quel che più assomiglia alla felicità.

IL RECENSIVENDOLO. SUTTREE

Wednesday, 23 December 2009 4:58 P GMT+01
Suttree è un disperato. Su questo non ci piove.
Non è cattivo, anzi. Là dove può, e anche dove non vuole, non riesce a non essere solidale, o quanto meno sollecito e accogliente, nei confronti del suo prossimo. E contando che il suo prossimo è un galeotto, o un ubriacone, o una puttana, o un ladro, o un baro, o un fallito, o un altro rappresentante della varia bassa umanità di questa parte dimenticata degli Usa in riva al Tennessee, la disponibilità del buon Suttree non è così scontata.
No, Suttree non è disperato perché è cattivo. Non c'è mica bisogno di esser cattivi per essere disperati.
Diceva san Tommaso che la tristezza è il desiderio di un bene assente. Per cui chi è triste crede comunque che esista un bene, e non smette di desiderarlo. Suttree invece ha smesso da tempo di credere che esista un bene, nel senso di un fine, di un senso nella vita. Non ci credeva già quando apriamo il libro, ma pagina dopo pagina la sua visione del mondo e del reale si incupisce sempre più, sotto il peso dei colpi del destino.
Suttree non vive, si lascia vivere.
Non che non sia attivo e non si dia da fare, anzi. Fa il pescatore, e non c'è giorno che non distenda le sue lenze nel fiume e non le vada a ritirare, e vive di quel poco che guadagna vendendo i pesci gatto ai pescivendoli del mercato di Knoxville.
No, Suttree non vive nel senso che dalla vita non si attende nulla. Non ha progetti, prende quel che viene, il male come il bene (e di solito è male). Non ha rimpianti, solo rimorsi. E neanche a quelli dà molta importanza.
Ubriacone e bevitore di latte e cioccolata; galeotto e rispettoso della polizia e della legge; senza un dollaro in tasca, eppure prodigo con amici e conoscenti; straccione e cadente, ma capace di pensieri e osservazioni da filosofo poeta, Suttree è un mistero di contraddizioni. Il suo passato ci è sconosciuto, e quel poco che si svela è male atroce. L'unica cosa che sappiamo, e che Suttree ci lascia come cifra della sua vita, quasi a mo' di epitaffio, è che solo Suttree è Suttree. Ma questa non è una conclusione, semmai una confessione d'ignoranza.
Si chiude il libro, e di Suttree resta il mistero. Eppure fra disperazione, squallore e miseria, l'itinerario, seppure circolare, si è chissà come arricchito di quel nulla che ha trovato per strada.
E come spesso accade con Mc Carthy, il nulla lascia il lettore commosso e perturbato. Ma comunque soddisfatto.
tags:    

BREVI OSSERVAZIONI SULLA GEOGRAFIA PIACENTINA, CON UN PARTICOLARE ACCENTO SULLA FAUNA (ovvero: E ANCHE QUEST'ANNO NON HO FATTO IL PSLA)

Sunday, 20 December 2009 12:53 P GMT+01
(è l'ultima domenica d'Avvento, non ho voglia di spremermi i neuroni... Quale momento migliore per riproporre, quasi fosse il polpettone di ieri sera, il mio PslA? Enjoy it.)

Piacenza è un posto strano. Dal punto di vista geografico, innanzitutto. Emiliana per amministrazione, lombarda per vocazione. Unita da un lembo di montagna ad un Piemonte ignorato, e separata dal suo desiderio di Liguria da un Appennino che sa d'Aspromonte. Città di pianura quant'altre mai, Piacenza è città di montanari inurbati. Piacenza è un caso a parte. Solo Piacenza è Piacenza.
Piacenza sorge sul Po, ma finge di non curarsene. Il Po non l'attraversa: la bagna. Come bagna Cremona, per dire. Ma mentre Cremona si abbandona al contatto del grande fiume, Piacenza se ne ritrae. Cremona digrada verso il Po, Piacenza se ne separa con una cinta di mura. Il Po, a Piacenza, è grande. È largo, profondo, limaccioso, e il piacentino ne ha paura. Il Po, per il piacentino, è una bestia selvaggia. Difficile che i piacentini frequentino le rive del fiume: per il piacentino tipo, il Po è lo spettacolo del suo lento scorrere osservato dall'alto dei ponti che uniscono Piacenza al mondo lombardo. Il Po si manifesta nel suo essere oltrepassato. Il Po è un fiume che il piacentino vive per negazione. E al suo andar verso il mare, il piacentino non pensa: il fiume, semplicemente, passa, e il mare è qualcosa che ha a che fare con Chiavari più che con l'Adriatico.

Città di meccatronica e industria alimentare, polo logistico di grande levatura, ammorbata dallo smog della pianura e immersa in un umido perenne, Piacenza non sembra prestarsi a osservazioni di tipo faunistico. Eppure.
Eppure, negli ultimi anni mi ha stupito, a più riprese.
La prima volta fu quando, di ritorno da scuola, appena dentro la cinta della periferia, un cinghiale mi attraversò la strada.
Era un bel cinghiale, piuttosto grosso, e non sembrava poi spaventato. Attraversò la strada al trotto, da destra a sinistra. Veniva dai cantieri della tangenziale in costruzione, e sparì tra la vegetazione residua di un incolto.
Poi fu la volta delle anatre.
Stormi di anatre, con la loro bella forma a V, presero a manifestarsi in zona stadio. Diretti verso il Trebbia, il Nure e l'Arda, certamente. Ma non disdegnavano, di tanto in tanto, di prender terra lungo i canali d'irrigazione che già a La Verza affiancano la strada, appena fuori città.
E quindi i fagiani.
Divennero uno spettacolo abituale, i maschi dalla lunga coda dorata, nei campi a fianco della tangenziale sud. Portati dalla loro natura di gallinacei a razzolare più che a librarsi in volo, non era raro trovarne i resti in mezzo alla carreggiata, vittime inconsapevoli della loro stessa incongruità.
Eppure cinghiali, anatre e fagiani non mi stupiscono poi tanto. La montagna è a due ore di bicicletta da Piacenza, e i campi arrivano fin sulla soglia della periferia. Qualche sconfinamento ci può stare, e in epoca di no alla caccia le bestie prendono coraggio e confidenza.
No, quel che più mi colpisce, e che mi lascia quasi basito; ciò di cui non mi capacito, e che di volta in volta mi stupisce o offende addirittura, sono i gabbiani.

I gabbiani! La loro sì, che è una presenza assurda. Intollerabile, direi, se non oscena.
Perché, dài, i gabbiani!
Sì, lo so che ci sono anche a Milano, e che si cibano di rifiuti, e che la loro presenza oramai indica più la vicinanza di una discarica che non di una ricca pesca. Di ciò non mi stupisco: la fame, si sa.
No, i nostri gabbiani, qui, di Piacenza, sono una cosa diversa. Non hanno rinnegato la loro natura, non si sono venduti per un po' di cibo. I nostri gabbiani continuano a svolgere la loro vita acquatica.
Ma lo fanno sul Po.
Su quel Po che il piacentino nega e osserva sempre con diffidenza e timore, i gabbiani volteggiano a frotte. Difficile vederli sulla città: il fiume è diventato la loro casa. E se d'estate i voli dei merli e delle rondini, dei cardellini e dei rondoni, dei tordi e degli storni la fanno da padrone, d'autunno e d'inverno il Po è tutto loro. I gabbiani ne sono i signori. Su quel Po così estraneo a Piacenza e da essa quasi rifiutato, i gabbiani hanno trovato casa, e lo trattano con una familiarità che ai piacentini non è mai venuta naturale. Loro, gli ultimi arrivati, i gabbiani, hanno col fiume una confidenza che fa venir la rabbia.
E quel che è intollerabile è che promettono il mare.
Su quel fiume gonfio e color caffelatte, i gabbiani planando promettono il mare.
Quando la nebbia copre le sponde, e la Lombardia sembra perduta in un grigiore indistinto, un volo di gabbiani ti promette il mare.
Quando il puzzo degli scarichi dell'Enel, e i pesci morti a pancia all'aria, e uno pneumatico galleggiante quasi ti convincono, una volta di più, che è meglio dimenticare le rive del fiume e tornare a rinchiuderti entro la cinta delle mura, lo strillo dei gabbiani ti dice che c'è il mare.
Ma come si permettono? Come fanno, ad esser così presuntuosi? Come non si accorgono del freddo, del brutto, dello schifo, del marciume? Come fanno a pretendere di esser gabbiani, anche qui, a Piacenza, anche sul Po? Come fanno a pretendere che da Piacenza, da queste rive del Po, si creda all'esistenza del mare, si veda il mare?
Come può esser possibile, il mare?
Buon Natale.

tags:      

IL COMPAGNO STRANIERODIELEA

Saturday, 19 December 2009 1:00 A GMT+01
Abr 's No Comment riprende un pezzetto del mio post di martedì scorso sull'aggressione al presdelcons, già tumblerato dal .mau., e aggiunge a mo' di commento:
A parte il dilungarsi un po' freudiano sul perché si aborra la "dietrologia imbecille", convincimenti del genere sulla corresponsabilità della vittima sono del tutto adeguati a chi pensi che chi esca in minigonna fomenti gli stupri. Se l'è' andata a cercare no? Poi dice che a sinistra non sono dei conservatori ...
E niente, volevo solo dire che questa cosa per cui chi è di destra pensa che io sia di sinistra, mentre chi è di sinistra mi considera al volo e fin preventivamente un tutt'uno con la destra, a me affascina sempre. E sotto sotto un po' mi inorgoglisce, perché non è poi così improbabile che il più sicuro segno del vero, in questo mondo tanto incerto, sia il non esser condivisi per ragioni del tutto opposte.
Abr's No Comment; Ritagli di .mau.

PERSONAL HISTORY OF PERSONAL COMPUTER

Friday, 18 December 2009 6:19 P GMT+01
Ricorre in questi giorni il ventesimo anniversario dell'acquisto del mio primo Pc.
Un Ibm 8086. Sì, proprio come quello che vedete in foto.
Hard-disk da 20 Mb.
Ram: 128 Kb.
Sistema operativo: Ms-Dos 3, credo sostituito da un Ms-Dos 5 negli anni successivi.
Monitor della Philips con fosfori verdi.
Scheda grafica Hercules, 8 bit, monocromatica.
Occhi fritti dopo mezz'ora scarsa davanti allo schermo.
Dischetti da cinque pollici e rotti, ovviamente, quelli di cartone.
Costo, all'epoca: un milione e duecentomila lire. Più la stampantina ad aghi, coi moduli continui. Più Works, acquistato rigorosamente originale. In tutto un milione e mezzo, diciamo. Metà dello stipendio di mio padre. Perché fu mio padre a pagare, sia chiaro. All'epoca io prendevo sulle otto-novecentomila lire al mese, e mi dovevo sposare.
Ho installato subito Vs4 come programma di videoscrittura. Ci feci la tesi di laurea.
Ore e ore a giocare a Tetris e Tetris3D. Per il resto, niente. Un asino da lavoro, solo videoscrittura e distintivo.
Per almeno un anno fece di me una mosca bianca tecnologicamente iperevoluta: nessuno dei miei colleghi possedeva un Pc ("Ma che te ne fai?! Capisco su in amministrazione, ma a noi, a cosa serve?!"), e fra i miei amici non ce l'aveva nemmeno il laureando in informatica, che utilizzava quelli delle scuole in cui prestava servizio.
Una delle fonti più grandi di sensi di colpa che abbia mai avuto: una spesa più che considerevole, a fronte di un utilizzo massiccio ma comunque super specializzato: tesi, tesi, e ancora tesi; Tetris; tesi, tesi, tesi. E dopo la tesi: Tetris, Tetris, Tetris...
Tutto cambiò con l'acquisto, nel 1993, di un 386 ad un'asta fallimentare: l'equivalente del passaggio dal Medioevo al Rinascimento. Lo schermo a colori, la SVGA, Windows 3.1, e soprattutto Prince of Persia, Wolf e Civilization 1 occuparono a tal punto il mio tempo che non ne avevo più per sentirmi in colpa. E non sapevo ancora quali prospettive avrebbe aperto l'acquisto del mio primo modem!
Il resto è storia moderna e contemporanea.
tags:    

QUANDO A FAR POLITICA È L’UNTO DEL SIGNORE

Monday, 14 December 2009 6:47 P GMT+01
Questo blog viene letto sì e no da una quarantina di persone. Non credo di dovermi assumere particolari responsabilità per quello che dico. Cioè, sì, va da sé che io sia responsabile di quel che scrivo, ma realisticamente non è probabile che da quello che sostengo possano derivare comportamenti di terzi dei quali in futuro debba sentirmi responsabile.
Tutta questa menata per dire che se un Di Pietro o una Rosi Bindi, politici di professione e rappresentanti di un certo numero di elettori, hanno il dovere di misurare con attenzione parole e reazioni - e perciò, se il clima politico e l'opportunità lo richiede, anche di mettere la sordina ai propri sentimenti ed alle proprie opinioni -, ecco, io no. Io, come Tartaglia, non sono nessuno, e quindi non mi faccio nessun problema di opportunità e di clima politico. Ciò che dico è vero o è una minchiata in sé, non certo per le conseguenze che ne possono derivare, che sono uguali a zero.
E quindi.
Quindi, perché non dovrei dire che Berlusconi è corresponsabile di quel che gli è successo?
Non nel senso che se la sia cercata, o che (come pensano i cultori della dietrologia imbecille) abbia consapevolmente scelto di sacrificare un paio di incisivi per fomentare un clima di reazione a lui favorevole (in una sorta di riedizione della strategia della tensione, per le inusitate forme della quale non potremmo che essere grati al presdelcons, visto che fino a qualche decennio fa, per ottenere gli stessi risultati, pare si facessero saltare i treni).
No, è corresponsabile in due semplici modi, che mi pare fin banale sottolineare.
Il primo è che sia Berlusconi sia i suoi sostenitori (politici, giornalisti, gente comune) hanno contribuito a creare l'attuale clima di contrapposizione velenosa e potenzialmente violenta almeno nella stessa misura dei loro avversari. Non riconosco a Berlusconi e ai suoi una responsabilità maggiore rispetto a quella della sinistra, dei dipietristi e del movimento anti B, no; ma nemmeno minore. Gli esempi potrebbero essere decine. I giornali e i blog di oggi li ricordano a sufficienza: dalle parole e dagli atteggiamenti dei leghisti, a quelli di alcuni ministri e deputati della maggioranza, passando per le uscite dei direttori delle testate filogovernative fino ad arrivare allo stesso Berlusconi, sempre pronto a radicalizzare il confronto con l'opposizione, a tradurlo dal piano politico a quello della contrapposizione bene-male almeno tanto quanto i suoi oppositori (e chissenefrega di chi abbia cominciato per primo, siamo mica all'asilo).
Che poi questo non significhi giustificare a priori un atto di violenza verso chicchessia, è scontato notarlo. Ma è chiaro che in mezzo a sessanta milioni di persone i violenti, i disperati, i malati di mente li trovi, ed è probabile anzi che non siano pochi; e perciò chi si rende corresponsabile della creazione di un clima di tensione deve anche sapere in anticipo a quali rischi espone se stesso (e questo è il minore dei mali) ed il Paese tutto (che è peggio). In questo Berlusconi è responsabile di quel che gli è accaduto almeno tanto quanto l'opposizione.
Ma in secondo luogo - e qui la responsabilità del presdelcons è pressoché totale - Berlusconi ha reinserito all'interno della politica italiana un elemento che vi era assente, non rimpianto, da gran tempo, che nelle altre democrazie europee è sconosciuto e che solo nella democrazia americana trova un pallido parallelo (con annessi gli stessi rischi che il presdelcons ha subito, e che sono ben conosciuti da tutti i presidenti Usa): mi riferisco alla eccessiva personalizzazione della politica. Al fatto che, nel tentativo di imporsi all'epoca della morte delle ideologie, Berlusconi abbia nello stesso tempo mantenuto in vita (a livello meramente terminologico, e nei limiti in cui la cosa gli è servita) e demonizzato l'ideologia avversa, ma abbia proposto in alternativa non un'idea o un sistema politico, ma letteralmente se stesso. La sua persona. La sua storia. Il suo lavoro di imprenditore e la sua azienda. La sua famiglia. I suoi valori. Un'operazione di marketing, di creazione di immagine e di consenso di grandissima audacia, che è stata coronata da un enorme successo.
Ma ad un prezzo altissimo.
Il prezzo è che l'opposizione alla politica berlusconiana non può che essere un'opposizione a Berlusconi. Come politico, certo. Ma essendo stato per primo Berlusconi ad avere cancellato, nella sua persona, il limite tra politica e storia individuale, l'opposizione a Berlusconi diventa opposizione a Berlusconi tout court. All'uomo-Berlusconi. Al suo carattere, al suo modo di fare, al suo "stile", ancor prima che alle sue idee.
E quindi non basta che Berlusconi venga sconfitto alle elezioni. Un partito o un'ideologia possono essere marginalizzate, messe in minoranza e rese politicamente inincidenti mediante una sconfitta elettorale, ma un modello umano, un esempio di realizzazione umana, ancor prima che politica, può essere reso ininfluente solo attraverso l'eliminazione del modello stesso: per poche che siano le persone che vi si riconoscono, il modello umano mantiene sempre la possibilità di suscitare fascino o avversione. E se il modello, il tipo, si identifica con un individuo, è molto probabile che quell'individuo prima o poi corra dei grossi pericoli, tanto maggiori quanto maggiore è il potere che detiene.
Se una persona, a maggior ragione un politico, si presenta come Invincibile, come Unto del Signore, come Uomo della Provvidenza o come Salvatore della Patria, fra le possibilità che deve contemplare ci sono senz'altro la crocifissione, le idi di marzo o piazzale Loreto.
Figurati l'esser percosso con un souvenir.

la Repubblica

POST SOTTO L'ALBERO - 2009

Sunday, 13 December 2009 7:54 P GMT+01
L'ennesimo, per il Sir e per tanta altra bella gente.
Il primo, per lostranierodielea.
Grazie a tutti, e auguri. Hop hop hop!
(Il link? È sull'immagine nella colonna qui a sinistra, in alto, sotto il calendario. Su, un po' d'iniziativa, che diamine!)

DIVERSAMENTE UMANI

Sunday, 13 December 2009 4:01 P GMT+01
All'uscita da scuola, qualche giorno fa, ho separato due studenti che si stavano menando per bene.
Capita.
Intorno a loro decine di altri ragazzi, della loro stessa scuola e delle scuole vicine, li incitavano, dividendosi in tifoserie. I due si erano già scambiati qualche colpo e ora si fronteggiavano, entrambi muti e pallidissimi, abbarbicati l'uno al collo dell'altro.
Nessuno ha provato a fermarmi mentre mi avvicinavo a loro per dividerli, ci mancherebbe. Loro stessi non hanno fatto resistenza, e mi è bastato dire due parole con calma per separarli, senza dover far forza in nessun modo.
Uno dei due però, nel togliere le mani dal collo dell'altro, con piena consapevolezza ha messo due dita nell'angolo destro dell'occhio sinistro dell'altro. E con forza calcolata ha fatto leva. Ho potuto vedere distintamente il globo oculare muoversi appena nella sua sede. Se avesse voluto, glielo avrebbe cavato. Non lo ha fatto solo perché in quel momento non ha voluto. Ma ha mostrato di essere in grado di farlo. E soprattutto, che il farlo o non farlo era solo questione di opportunità e di occasione, non certo di remore morali.
Dopodiché, mentre l'altro si piegava in due con le mani sulla faccia per il dolore, si allontanava indisturbato nel silenzio più totale.
Grazie al cielo, nessuna conseguenza grave. Nei giorni successivi il mio studente aveva ancora l'occhio molto arrossato, ma i medici gli hanno detto che è solo questione di giorni e tutto tornerà come prima, ma che comunque gli era andata molto bene: una pressione più forte e avrebbe potuto dire addio al suo occhio.
Dell'altro ragazzo, a scuola, fino a ieri nessuna traccia.
E una volta di più mi confermo che io e almeno alcuni dei miei ragazzi viviamo in due mondi separati. O apparteniamo a due specie diverse.
Io non ho mai fatto a pugni in vita mia. In parte, senz'altro, perché cosciente della mia inadeguatezza fisica e per vigliaccheria. Ma in gran parte perché la cosa, semplicemente, mi ripugna. L'idea di fare volontariamente del male ad un'altra persona, per qualsiasi motivo, mi disgusta. Badate bene: non escludo di poterlo fare, e sono anzi certo che lo farei, se la situazione me lo richiedesse, se fosse in gioco la sicurezza mia e dei miei cari. Ma certo non ne godrei, e so che sarei sempre e comunque in una posizione di debolezza, perché mi conosco, e so che tenterei di usare il minimo indispensabile di violenza, col rischio di trovarmi comunque esposto alla violenza altrui.
Invece c'è chi della violenza gode. C'è chi del gesto violento va fiero. C'è chi, del fare il male ad un'altra persona, fa sfoggio. O almeno considera la violenza come parte normale e accettabile dei rapporti con gli altri.
Non fraintendete. Certo, lo so da un bel po' che esistono i violenti, i serial killer e i mafiosi che sciolgono i bambini nell'acido, gli stupratori e i seviziatori sadici.
Ma in questi casi può scattare il meccanismo difensivo del giudizio di disumanità: sono dei "mostri", sono dei "pazzi", e quindi non sono come noi. Chissà da dove vengono, da quali ventri sono fuoriusciti, quali esperienze di bassezza sociale e culturale li hanno partoriti.
Tutt'altra cosa è vedere, coi propri occhi, che il male ha radici comuni. Vedere una violenza cosciente, un gesto consapevolmente malvagio (ancor più malvagio in quanto consapevole, nel suo esser misurato) sgorgare dall'animo di un ragazzino di quindici anni, di uno studente che hai sotto gli occhi da due anni, del quale conosci la storia quel tanto che basta per sapere che non proviene da luoghi bestiali e che non è stato partorito da lupi. Vedere che la banalità del male non ha a che fare solo col nazismo, ma sfiora i rapporti quotidiani che intessi coi tuoi allievi.
E se tutto ciò mi conferma una volta di più che il problema educativo è il problema principe della nostra società e forse dell'umanità tutta, sento d'altra parte entrarmi nelle ossa, col passare del tempo, un lieve senso di nausea, un certo scoramento e pessimismo. Come il dubbio che sia tutto inutile, che non c'è parola e non c'è esperienza che possa garantire, non tanto il buon esito del processo educativo, ma anche solo di esser compresa e capita. La tentazione, insinuante e vertiginosa, di rifugiarmi anch'io nell'illusione, allo stesso tempo disperante e consolatoria, di avere a che fare con qualcosa che umano non è, con esseri che sono come me solo in apparenza, ma che in realtà appartengono a una specie antropologicamente diversa.
O forse è solo che si può essere disabili non solo nel corpo ma anche nell'anima.
Che si può essere, diciamo, diversamente umani.

LA SICUREZZA, INNANZI TUTTO

Tuesday, 8 December 2009 12:54 A GMT+01
Ah, dimenticavo.
Pochi giorni fa abbiamo fatto la prova d'evacuazione.
Il segnale è stato dato mentre mi trovavo con una classe in Aula magna.
Una strage.
Tutti gli studenti che non fanno religione sono risultati dispersi. Non erano con me, e perciò nessuno sapeva dove potessero essersi cacciati. Quando ormai li davamo per morti, soffocati dal fumo o carbonizzati, si sono fatti vivi, uscendo calmi e tranquilli dalla mensa, che è nell'edificio di fronte.
La gioia per lo scampato pericolo è durata pochissimo: una nuova tragedia si consumava davanti ai nostri occhi.
Due o tre classi rimanevano infatti intrappolate in una delle scale antincendio. La porta di sicurezza risultava infatti bloccata all'esterno dall'auto di un collega, che vi aveva parcheggiato proprio davanti, bello rasente. Dalla porta chiusa uscivano penose le grida dei ragazzi, per lo più con desinenze in -azzo, -ana e -ulo.
Insomma, un successone. Dovevate vedere la preside, com'era soddisfatta.

DEL PERCHÉ IN ITALIA SIANO RARI I "FORTI LETTORI"

Monday, 7 December 2009 12:07 A GMT+01
All'Esselunga, mezz'ora fa.
- Mamma, vado ai libri!
- Naah, lascia stare quella roba, che è sporca.

LIVORE/9

Saturday, 5 December 2009 10:53 P GMT+01

                                               

(Quest'anno potrebbe essere l'unica soddisfazione. Me la godo, finché posso)
Gazzetta dello Sport

PREDICARE. RAZZOLARE.

Thursday, 3 December 2009 3:15 P GMT+01
Concludo la lezione con una tirata moralisteggiante, invitando i ragazzi a non sottostare alle mode imperanti, a giudicare le cose con la propria testa, a non limitarsi ad un "mi piace, non mi piace".
Guardate, dico loro, avete tutti, ma proprio tutti, uno zaino dell'Eastpak. Dite che "vi piace", ma siete consapevoli di quante persone abbiano lavorato, di quanto denaro sia stato investito per farvi arrivare a dire che volete uno zaino dell'Eastpak perché "vi piace"? Quanto siamo liberi quando decidiamo qualcosa in base a un semplice "mi piace, non mi piace", "ne ho voglia, non ne ho voglia?"
La lezione finisce. Avrei un'ora buca, ma ho fissato un incontro con alcuni operatori di un'Onlus piacentina, coi quali devo stendere le linee di un progetto educativo destinato agli studenti eletti nei vari organi collegiali.
Arrivano. Ci accomodiamo in sala riunioni e tutti insieme ci mettiamo a sedere, con i nostri quaderni, con le nostre agende e con le nostre borse.
Tutti, ma proprio tutti, con le nostre Piquadro.

ALTRIMENTI FACCIO RICORSO A STRASBURGO

Wednesday, 18 November 2009 5:59 P GMT+01

 


La legge italiana prevede che chi non voglia avvalersi dell'insegnamento della religione cattolica ne sia dispensato.
La cosa non mi crea alcun problema. Di più: avere in classe studenti che hanno consapevolmente scelto di frequentare le mie lezioni risolve a monte ogni problema di motivazione.
E poi, diciamolo, meno studenti si hanno in classe e meglio si fa lezione.
Per questo, dal prossimo anno, chiederò che per frequentare le mie lezioni di religione le ragazze, oltre ad aver richiesto l'IRC, siano di bell'aspetto, alte almeno un metro e settanta, e che si presentino con un bel vestitino nero e scarpe con tacco di almeno sette centimetri.
Bionde, more o rosse, van benissimo tutte. Siamo o non siamo liberali?
Aveste dei dubbi, la foto qui a fianco intende aiutare nella decisione: quanto più siete conformi al modello ivi rappresentato (una ragazza che quest'anno frequenta la terza superiore, e che ovviamente si avvale dell'IRC), tanto più sentitevi libere di chiedere di avvalervi dell'IRC.
E se non vi va bene, se a qualcuno la cosa non piace, beh, dovevate dirlo prima. O tutti, o nessuno. Se la cosa è possibile a un musulmano farlocco, la voglio fare pur io. Altrimenti è discriminazione, eh.
Corriere della Sera

20 ANNI, E PRIMA ALTRI 28

Monday, 9 November 2009 8:28 P GMT+01

"Heinz Sokolowski 48 anni, morto a Berlino Est nel 25 novembre del 1965. Dopo sette anni di carcere nella DDR è stato ucciso durante la fuga".

Uno di quelli che non ce l'hanno fatta a superare il muro.

LA STORIA DELLA TUA VITA

Sunday, 8 November 2009 3:05 P GMT+01
- Ho un freddo cane.
- Per forza, siamo qua sul balcone a fumare e tu hai su le infradito. Mettiti su un paio di calze e un paio di ciabatte, almeno.
- Ti faccio notare che non ho ciabatte, ma solo queste infradito scrause.
- Ti faccio notare che abbiamo girato tutto il sabato pomeriggio per negozi di scarpe. Potevi comprartene dieci paia, di ciabatte.
- Eh, ma ieri non ci pensavo, avevo per la testa solo di comprarmi la borsa che volevo, quella che poi non ho comprato e che stamattina mi sono accorta che avevo già.
- Che potrebbe essere un po' la storia della tua vita.

WORK IN PROGRESS/5 - LESSON PLAN

Wednesday, 4 November 2009 12:16 A GMT+01

Che un uomo abbia detto: "Io sono Dio" e che questo venga riferito come un fatto presente è qualcosa che richiede prepotentemente una presa di posizione personale.
Si può sorriderne, si può decidere di non curarsene: ciò significherà comunque che si è voluto risolvere il problema negativamente, che non si è voluto prendere atto di trovarsi di fronte ad una proposta dei cui termini nessuna umana immaginazione potrà fantasticare qualcosa di più grande.
Ecco perché la società così spesso non vuol saperne di questo annuncio, vuole confinarlo nelle chiese, nelle coscienze.
Ciò che disturba è proprio l'enormità dei termini del problema: che Egli sia o non sia esistito; meglio, constatare o non constatare che Egli
sia o sia esistito, questa è la decisione più grande dell'esistenza.
Nessun'altra scelta che la società può proporre o l'uomo immaginare come importante ha questo valore.
E ciò suona come un'imposizione: affermare il contenuto cristiano sembra dispotismo.
Ma è dispotismo dare notizia di una cosa accaduta, per quanto grande possa essere?

Ecco, so già che domani non potrò fare le lezioni che mi sono preparato. Perché già so che i ragazzi - un po' per autentica curiosità, un po' per perder tempo - mi chiederanno cosa penso della sentenza della Corte di Strasburgo, cosa penso del togliere i crocefissi dalle aule.
E io commenterò le righe che ho riportato qui sopra, che sono tratte dal loro libro di testo.
Ma vorrei dire che farei lo stesso se invece di insegnare religione insegnassi filosofia, o storia, o italiano, o ginnastica.
Perché quei due legnetti incrociati richiamano a chiunque li guardi - credente o non credente, cristiano, musulmano, ebreo o buddista non importa - la più grande sfida culturale che sia mai stata concepita.
Che quell'uomo, che si è identificato con Dio - che Egli sia o non sia esistito; che Egli sia o sia esistito. Prendere posizione di fronte a questo è inevitabile. E dalla nostra presa di posizione deriva lo sguardo che avremo sulla realtà tutta. Sull'arte e la letteratura, sulle scienze e le tecnologie, sul diritto e sul pensiero umano, sul passato, sul presente e sul futuro.
Non riesco a pensare a nulla di più implicitamente e potentemente educativo del proporre ad un giovane di paragonarsi con quell'inimmaginabile pretesa.
E per questo, per quanto possa sembrare paradossale, non riesco a pensare ad un luogo che sia più adatto ad un crocefisso di un'aula scolastica.

CERCASI MANOVELLA D’AVVIAMENTO INFORMATICA

Monday, 2 November 2009 3:34 P GMT+01
una recente immagine del mio computerNegli anni '70 la Citroen produceva ancora automobili (come l'Ami 8) dotate di accensione a manovella. La cosa può sembrare ridicola solo a chi non sa cosa significhi, causa batteria scarica, restare a piedi sotto l'acqua di domenica, a cento chilometri da casa, su una strada poco battuta e senza avere i cavi nel bagagliaio. A quel punto, poter avviare il motore con un gagliardo giro di manovella sembra già meno ridicolo.
Tutto questo per dire che vorrei che l'Olidata avesse provveduto di manovella d'accensione anche il mio computer. Da settimane riesco ad accenderlo solo compiendo tutta una serie di manovre, poche delle quali ragionevolmente guidate da un approssimativo intuito tecnico, nella maggior parte dei casi essendo dettate dalla superstizione e dalla creatività del momento.

In sostanza: premendo il pulsante d'avviamento sul davanti, si accende per un istante la spia dell'accensione, che si spegne subito, senza che il computer abbia dato alcun segno di risveglio.
A questo punto occorre spostare su Off l'interruttore posteriore, attendere un attimo, indi rimetterlo sull'On e tornare ad agire sul pulsante d'avviamento sul davanti.

L'operazione va ripetuta un numero n di volte, finché il computer non s'accende.
Inutile dire che il valore di n è del tutto indefinito, e al momento si mostra del tutto slegato da ogni variabile x a noi nota.
Ah, dimenticavo: si dà il caso che il computer si avvii, ma che non si accenda il monitor. In tal caso il computer va spento di nuovo e l'intero ciclo riprende da capo, per altre n volte.
In mancanza di un equivalente informatico della Citroen-manovella, avete dei suggerimenti?

P.s.: prego astenersi macfanatici e sostenitori della pura e semplice sostituzione della macchina. All'extrema ratio ci arrivo anche da solo, grazie.

HIGHWAY TO HELL-O KITTY

Wednesday, 28 October 2009 5:17 P GMT+01
Una mia studentessa mi ha aperto gli occhi sull'abisso di male dal quale è scaturita Hello Kitty.
Ha mai notato, prof, che Hell-o è un chiaro riferimento all'inferno? E si è mai chiesto perché Hello Kitty non ha bocca?
No, in effetti no. Non avevo notato e non mi ero mai chiesto.
Beh, ora le racconto...
Uno choc.
Poi, una volta a casa, ho cercato conferme. E le ho trovate. Riporto quanto dice un'autorevole fonte (è il quarto commento):
ciao raga io sn rita vi volevo dire ke la storia di hello kitty non e prp quello ke vi ha raccontato qll raga .. aadesso vi racconto cm e andata verame....... allora c era un signore ke aveva una figlia di nome kitty questa bambina aveva un tumore alla gola e quindi non poteva parlare .. qnd la figlia stava in fin di vita il padre fece un patto kn il diavolo e lui la curo ma non la guari completamente il diemonio fece una proposta al padre dicendogli ke poteva fare una gattina cn il nome figlia (gattina xk alla bimba piacevano molto) e lui accetto inft dicono ke qsta gattina e indemoniata ....i o non so a ke kredere xò a me piace molto hello kitty e non voglio ke sia indemoniata ... vbb cmq se nin credete la storia ke vi ho dettofatevi delle komode ricerke ..... vbb ciao
Altro che "non ha la bocca perché parla con il cuore"!
In tempi non sospetti il Sir scriveva che "Hello Kitty è dappertutto". Era un avvertimento, e noi non lo abbiamo capito.
Il mondo è perduto.
tags:  

I 10 RACCONTI BIBLICI PIÙ BIZZARRI

Thursday, 22 October 2009 6:48 P GMT+01
Dalla morte di Eglon a quella di Onan, dai duecento prepuzi che Davide reca in dono a Saul alla strana teoria genetica sostenuta e praticata da Giacobbe.
Il post è molto divertente (le mie storie preferite sono la 6, la 5 e la 3); ma la cosa più interessante sono i 1.418, diconsi 1418 commenti che il post ha ricevuto tra il 31 gennaio 2008 e il 19 ottobre 2009: un'efficace e realistica panoramica sul mondo delle varie chiese e sette cristiane sparse negli Usa, in particolare sul modo in cui si rapportano alla Bibbia (dai sostenitori dell'interpretazione letterale ai creazionisti duri e puri) e sulla possibilità di rivolgere o meno uno sguardo ironico alle sacre scritture (it would be wise NOT to make fun of the LORD thy GOD!).

Listverse

WORK IN PROGRESS/4

Monday, 19 October 2009 4:27 P GMT+01
È la seconda lezione che faccio in 3^ Ds. Classe numerosa, composta da un mix di scazzati wanna-be-geometri-professionali (convinti che in un istituto tecnico per geometri non abbia senso insegnare storia e nemmeno diritto, va là va là italiano e inglese, religione proprio non si capisce cosa centri; per cui ostentano fogli da disegno e manuali di Costruzioni aperti sul banco durante qualsiasi ora di lezione) e di simpatici sedicenni interessati soprattutto a calcio-donne-motori (con la variante moda-ometti per la categoria femminile).
Ce li ho dalla prima, ormai ci si conosce. Pochissimi i non avvalentisi (un paio). Il resto (circa 25 sbarbati) sono qua, ancora piuttosto agitati dall'ora di disegno appena conclusa.
La lezione della scorsa settimana se n'è andata tutta nello spiegare loro il meccanismo di assegnazione del credito scolastico (sono all'inizio del triennio, e ancora non sapevano che da quest'anno avrebbero iniziato ad accumulare punti per l'esame di Stato).
Compilato il registro, cancellata la lavagna, chiusa la finestra, ottenuto il silenzio, comincio.
Scrivo alla lavagna l'argomento del corso di quest'anno
STORICITÀ DI GESÙ DI NAZARETH
Bene, dico. Come prima cosa dobbiamo subito precisare di cosa si occuperà il corso. Perché so bene che nella vostra testolina piena di preconcetti e riflessi condizionati avete già fatto 2+2: è l'ora di religione, quello è l'argomento del corso, indi quest'anno parliamo tutto l'anno di Gesù.
E invece no, non è proprio così.
Analizzate il titolo del corso:

STORICITÀ DI GESÙ DI NAZARETH
L'oggetto del corso è il problema della storicità. "Di Gesù di Nazareth" è la specificazione del problema.
Dovremo perciò comprendere innanzitutto come si indaghi sulla storicità di alcunché e di chicchessia; dopodiché proveremo ad applicare alla figura di Gesù di Nazareth quanto avremo imparato, e ciascuno sarà libero di tirare le conclusioni che vuole (e di confrontarsi con le conclusioni che io gli proporrò, ça va).
Tanto per cambiare, perciò, il primo problema che ci si pone è quello del metodo: quale metodo si usa per indagare sulla storicità di qualcosa?
Dal fondo, una soave voce femminile risponde: Il metodo storico.
Bene, dico. E in cosa consiste?
Silenzio.
Okay. Prendiamola larga.
Innanzitutto, dico loro, ficcatevi nel cervello - e scrivete bene in evidenza sui vostri quaderni - la regola metodologica principe, che ora scrivo alla lavagna:
IL METODO È IMPOSTO DALL'OGGETTO
Mi giro verso di loro. Sono perplessi. Alzo il braccio che regge il gesso e chiedo: Cos'è questo?
Dopo un attimo, qualcuno risponde: Un gesso.
Bene. Che metodo avete seguito per arrivare alla risposta?
Perplessità, di nuovo. Poi qualcuno risponde: Beh, l'abbiamo guardato.
Esatto, dico. Nessuno di voi ha pensato che il metodo migliore per rispondere alla mia domanda fosse quello di girarsi verso il muro, o di sfogliare il libro di Costruzioni. Chiunque volesse rispondere alla domanda è stato costretto a guardare verso l'oggetto. Il metodo per conoscere l'oggetto vi è stato cioè imposto dall'oggetto, non l'avete deciso voi! Questa è la prima regola: in qualsiasi processo di conoscenza, occorre usare il metodo adeguato all'oggetto da conoscere. Pena il non conoscere un bel nulla. E il vostro cervello è frutto di un processo evolutivo di adattamento all'ambiente che ha fatto sì che, esistendo una gran quantità di tipologie diverse di oggetti di conoscenza, si sviluppassero metodi di conoscenza diversi e adeguati a ciascuno di essi.
Ora - proseguo - proviamo a fare qualche esempio, e vediamo cosa ne ricaviamo.
Scrivo alla lavagna:
(a+b)(a-b)=a2-b2
Questo, come sapete, è un prodotto notevole. Siete certi di quel che ho scritto?
Qualcuno, grazie al cielo, risponde che sì, ne è certo.
Che tipo di certezza è?
Matematica, dicono in due o tre.
E che metodo avete usato per giungere a questa certezza?
Il metodo matematico.
Benissimo. Esiste perciò un metodo che mi porta a certezze matematiche, ed è il metodo matematico. Questo metodo è infallibile?
Attimi di silenzio. Poi qualcuno azzarda: No, nel'ultimo compito in classe ho preso 3!
Vero, rispondo, ma pensaci un attimo: hai preso 3 perché era sbagliato il metodo o perché tu non riesci ad applicarlo? La seconda che ho detto, vero?
Il metodo matematico, di per sé, è infallibile: se tu lo usi sugli oggetti matematici e ne rispetti le regole, ti conduce a conoscenze certe. Se invece fai degli errori, questi non vanno imputati al metodo, ma alla nostra cattiva applicazione del metodo. Chiaro?
I ragazzi dicono di sì. Sperèm.
Andiamo avanti. Scrivo alla lavagna:
H20
Di nuovo, chiedo loro: Cos'è questo?
Qualcuno risponde: L'acqua.
Uhm, no, dico. Potreste essere più precisi?
La formula chimica dell'acqua.
Bene. Ne siete certi?
Sì.
E come fate ad esserne certi?
Perché ce lo ha detto la Pina! [la loro prof di Chimica]
È vero, avete ragione. Vi prego di tenere da parte questa risposta, perché come vedrete ci verrà buona. Ma vi chiedo, di nuovo: come facciamo a sapere che davvero l'acqua è H20?
Buio totale.
Chiedo, di nuovo: Come si fa a provare che l'acqua è H20? Come hanno fatto a scoprirlo?
Di fronte al loro silenzio e alle loro bocche in posizione da boh, parlo un po' di Henry Cavendish e dell'elettrolisi dell'acqua. Loro ascoltano come se raccontassi l'ultimo episodio di Naruto. Dico in due parole come funziona il metodo sperimentale e poi concludo: Metodo scientifico, certezze scientifiche. Metodo matematico, certezze matematiche. E ancora chiedo: Il metodo funziona? Sì, rispondono. E se mescolo un acido e una base e faccio saltar per aria il laboratorio? È colpa tua che sei scemo!, risponde uno per tutti.
Bene. Ancora un ultimo esempio:
Le donne hanno gli stessi diritti degli uomini
Qui la classe si divide. Molti dei maschietti dicono sghignazzando che non è mica vero, che non ne sono per niente certi. Le ragazze giustamente si incazzano, dicono che è vero. Quando si calmano un po', dico alla classe che io ne sono certo, e che spero che ne siano certe innanzitutto le ragazze. Poi mi rivolgo a qualcuna di loro e chiedo: Però come fate ad esserne certe?
Perché lo dice la legge, risponde una.
Già, dico. Ma fino a qualche decennio fa la legge diceva cose piuttosto diverse. E faccio l'esempio del delitto d'onore, in vigore in Italia fino al 1975, e del diritto di voto, e della situazione delle donne in molti paesi islamici, e chiedo: Ma allora se la legge non dicesse che le donne hanno gli stessi diritti degli uomini, voi, ragazze, sareste convinte di non avere gli stessi diritti? In linea di principio, dico?
Col cavolo!, rispondono.
Okay. Ma, di nuovo, su cosa fondate questa certezza?
Silenzio.
Allora scrivo alla lavagna:
Tutti gli esseri umani hanno gli stessi diritti
D'accordo?, chiedo.
D'accordo.
Torno a scrivere.
Donne e uomini sono esseri umani
D'accordo?
D'accordo.
Scrivo.
Donne e uomini hanno gli stessi diritti.

Mi giro, li guardo. Annuiscono.
Questo metodo si chiama sillogismo. Se poni due premesse vere, quel che ne deriva logicamente sarà sempre vero. Ma attenzione: anche questo metodo ha le sue regole, e se non le rispettate giungete a conclusioni sbagliate. Per esempio, se dico (e mi avvicino a un banco) questo banco ha quattro zampe, i cavalli hanno quattro zampe, questo tavolo è un cavallo, è chiaro che ho detto un'assurdità, ma non è colpa del metodo, sono io che non ne ho rispettato le regole, che ad esempio mi impongono di usare i termini presenti nelle frasi sempre nello stesso senso, mentre qui la parola zampe ha due significati differenti a seconda che la usi in riferimento al banco o al cavallo.
Allora, concludiamo. Vi ho presentato tre metodi diversi di conoscenza, capaci di condurci a tre tipi differenti di certezza.
È importante che capiate che non si può usare un metodo su qualsivoglia oggetto, ma solo sugli oggetti adeguati. Pena il dire sciocchezze, tipo: Dimostrami l'esistenza di Dio. Dio non è dimostrabile, semplicemente perché non è un oggetto matematico. La dimostrazione è un procedimento per cui, data una certa realtà come (a+b)(a-b), mostro passo per passo che ne segue necessariamente un'altra, come a2-b2. Ma questo, nel caso dell'esistenza di Dio, come anche della mia stessa esistenza, non è possibile: non è possibile ripercorrere tutti i passaggi che portano alla mia esistenza o a quella di questo banco, il che non significa che io e il banco non esistiamo. Semplicemente, non è il metodo adeguato.
Quindi: a ciascun oggetto, il suo metodo. E gli eventuali errori non dipendono dal metodo, ma dalla nostra scarsa capacità di utilizzarlo.
Ora, ragazzi, mentre suona la campanella, vi lascio questo compito per la prossima settimana: io sono certo che mia madre mi vuole bene. Ne sono certo! Come che 2+2 fa quattro, e in un certo senso anche di più!

Qual è il metodo che uso per giungere a questa certezza?

LA SPALLA DEL GIGANTE

Wednesday, 14 October 2009 10:05 P GMT+01
Mentre mi avvio verso casa, aspiro il fumo della sigaretta e come d'abitudine alzo lo sguardo verso il cielo.
Là, verso nord est, appena sopra i tetti delle case, fa il suo ritorno Orione, e le Pleiadi formicolano contro il buio.
Per me l'autunno è sempre stato questo. Non il freddo, il riscaldare casa, non la nebbia o la brevità del giorno. Ma Betelgeuse la rossa, e Aldebaran, e la cintura e la spada.
E il respiro rallenta, il petto mi si allarga, e il cuore è un tutt'uno con le generazioni che per millenni hanno spiato il ritorno delle costellazioni, come me in questo momento.
E per un attimo mi sento più uomo.