Liberazione!

La legge italiana prevede che chi non voglia avvalersi dell'insegnamento della religione cattolica ne sia dispensato.
La cosa non mi crea alcun problema. Di più: avere in classe studenti che hanno consapevolmente scelto di frequentare le mie lezioni risolve a monte ogni problema di motivazione.
E poi, diciamolo, meno studenti si hanno in classe e meglio si fa lezione.
Per questo, dal prossimo anno, chiederò che per frequentare le mie lezioni di religione le ragazze, oltre ad aver richiesto l'IRC, siano di bell'aspetto, alte almeno un metro e settanta, e che si presentino con un bel vestitino nero e scarpe con tacco di almeno sette centimetri.
Bionde, more o rosse, van benissimo tutte. Siamo o non siamo liberali?
Aveste dei dubbi, la foto qui a fianco intende aiutare nella decisione: quanto più siete conformi al modello ivi rappresentato (una ragazza che quest'anno frequenta la terza superiore, e che ovviamente si avvale dell'IRC), tanto più sentitevi libere di chiedere di avvalervi dell'IRC.
E se non vi va bene, se a qualcuno la cosa non piace, beh, dovevate dirlo prima. O tutti, o nessuno. Se la cosa è possibile a un musulmano farlocco, la voglio fare pur io. Altrimenti è discriminazione, eh.
Corriere della Sera

"Heinz Sokolowski 48 anni, morto a Berlino Est nel 25 novembre del 1965. Dopo sette anni di carcere nella DDR è stato ucciso durante la fuga".
Uno di quelli che non ce l'hanno fatta a superare il muro.
- Ho un freddo cane.
- Per forza, siamo qua sul balcone a fumare e tu hai su le infradito. Mettiti su un paio di calze e un paio di ciabatte, almeno.
- Ti faccio notare che non ho ciabatte, ma solo queste infradito scrause.
- Ti faccio notare che abbiamo girato tutto il sabato pomeriggio per negozi di scarpe. Potevi comprartene dieci paia, di ciabatte.
- Eh, ma ieri non ci pensavo, avevo per la testa solo di comprarmi la borsa che volevo, quella che poi non ho comprato e che stamattina mi sono accorta che avevo già.
- Che potrebbe essere un po' la storia della tua vita.
Che un uomo abbia detto: "Io sono Dio" e che questo venga riferito come un fatto presente è qualcosa che richiede prepotentemente una presa di posizione personale.
Si può sorriderne, si può decidere di non curarsene: ciò significherà comunque che si è voluto risolvere il problema negativamente, che non si è voluto prendere atto di trovarsi di fronte ad una proposta dei cui termini nessuna umana immaginazione potrà fantasticare qualcosa di più grande.
Ecco perché la società così spesso non vuol saperne di questo annuncio, vuole confinarlo nelle chiese, nelle coscienze.
Ciò che disturba è proprio l'enormità dei termini del problema: che Egli sia o non sia esistito; meglio, constatare o non constatare che Egli sia o sia esistito, questa è la decisione più grande dell'esistenza.
Nessun'altra scelta che la società può proporre o l'uomo immaginare come importante ha questo valore.
E ciò suona come un'imposizione: affermare il contenuto cristiano sembra dispotismo.
Ma è dispotismo dare notizia di una cosa accaduta, per quanto grande possa essere?
Ecco, so già che domani non potrò fare le lezioni che mi sono preparato. Perché già so che i ragazzi - un po' per autentica curiosità, un po' per perder tempo - mi chiederanno cosa penso della sentenza della Corte di Strasburgo, cosa penso del togliere i crocefissi dalle aule.
E io commenterò le righe che ho riportato qui sopra, che sono tratte dal loro libro di testo.
Ma vorrei dire che farei lo stesso se invece di insegnare religione insegnassi filosofia, o storia, o italiano, o ginnastica.
Perché quei due legnetti incrociati richiamano a chiunque li guardi - credente o non credente, cristiano, musulmano, ebreo o buddista non importa - la più grande sfida culturale che sia mai stata concepita.
Che quell'uomo, che si è identificato con Dio - che Egli sia o non sia esistito; che Egli sia o sia esistito. Prendere posizione di fronte a questo è inevitabile. E dalla nostra presa di posizione deriva lo sguardo che avremo sulla realtà tutta. Sull'arte e la letteratura, sulle scienze e le tecnologie, sul diritto e sul pensiero umano, sul passato, sul presente e sul futuro.
Non riesco a pensare a nulla di più implicitamente e potentemente educativo del proporre ad un giovane di paragonarsi con quell'inimmaginabile pretesa.
E per questo, per quanto possa sembrare paradossale, non riesco a pensare ad un luogo che sia più adatto ad un crocefisso di un'aula scolastica.
Negli anni '70 la Citroen produceva ancora automobili (come l'Ami 8) dotate di accensione a manovella. La cosa può sembrare ridicola solo a chi non sa cosa significhi, causa batteria scarica, restare a piedi sotto l'acqua di domenica, a cento chilometri da casa, su una strada poco battuta e senza avere i cavi nel bagagliaio. A quel punto, poter avviare il motore con un gagliardo giro di manovella sembra già meno ridicolo.ciao raga io sn rita vi volevo dire ke la storia di hello kitty non e prp quello ke vi ha raccontato qll raga .. aadesso vi racconto cm e andata verame....... allora c era un signore ke aveva una figlia di nome kitty questa bambina aveva un tumore alla gola e quindi non poteva parlare .. qnd la figlia stava in fin di vita il padre fece un patto kn il diavolo e lui la curo ma non la guari completamente il diemonio fece una proposta al padre dicendogli ke poteva fare una gattina cn il nome figlia (gattina xk alla bimba piacevano molto) e lui accetto inft dicono ke qsta gattina e indemoniata ....i o non so a ke kredere xò a me piace molto hello kitty e non voglio ke sia indemoniata ... vbb cmq se nin credete la storia ke vi ho dettofatevi delle komode ricerke ..... vbb ciaoAltro che "non ha la bocca perché parla con il cuore"!
STORICITÀ DI GESÙ DI NAZARETHBene, dico. Come prima cosa dobbiamo subito precisare di cosa si occuperà il corso. Perché so bene che nella vostra testolina piena di preconcetti e riflessi condizionati avete già fatto 2+2: è l'ora di religione, quello è l'argomento del corso, indi quest'anno parliamo tutto l'anno di Gesù.
STORICITÀ DI GESÙ DI NAZARETHL'oggetto del corso è il problema della storicità. "Di Gesù di Nazareth" è la specificazione del problema.
IL METODO È IMPOSTO DALL'OGGETTOMi giro verso di loro. Sono perplessi. Alzo il braccio che regge il gesso e chiedo: Cos'è questo?
(a+b)(a-b)=a2-b2Questo, come sapete, è un prodotto notevole. Siete certi di quel che ho scritto?
H20Di nuovo, chiedo loro: Cos'è questo?
Le donne hanno gli stessi diritti degli uominiQui la classe si divide. Molti dei maschietti dicono sghignazzando che non è mica vero, che non ne sono per niente certi. Le ragazze giustamente si incazzano, dicono che è vero. Quando si calmano un po', dico alla classe che io ne sono certo, e che spero che ne siano certe innanzitutto le ragazze. Poi mi rivolgo a qualcuna di loro e chiedo: Però come fate ad esserne certe?
Tutti gli esseri umani hanno gli stessi dirittiD'accordo?, chiedo.
Donne e uomini sono esseri umaniD'accordo?
Donne e uomini hanno gli stessi diritti.
Mi giro, li guardo. Annuiscono.
Questo metodo si chiama sillogismo. Se poni due premesse vere, quel che ne deriva logicamente sarà sempre vero. Ma attenzione: anche questo metodo ha le sue regole, e se non le rispettate giungete a conclusioni sbagliate. Per esempio, se dico (e mi avvicino a un banco) questo banco ha quattro zampe, i cavalli hanno quattro zampe, questo tavolo è un cavallo, è chiaro che ho detto un'assurdità, ma non è colpa del metodo, sono io che non ne ho rispettato le regole, che ad esempio mi impongono di usare i termini presenti nelle frasi sempre nello stesso senso, mentre qui la parola zampe ha due significati differenti a seconda che la usi in riferimento al banco o al cavallo.
Allora, concludiamo. Vi ho presentato tre metodi diversi di conoscenza, capaci di condurci a tre tipi differenti di certezza.
È importante che capiate che non si può usare un metodo su qualsivoglia oggetto, ma solo sugli oggetti adeguati. Pena il dire sciocchezze, tipo: Dimostrami l'esistenza di Dio. Dio non è dimostrabile, semplicemente perché non è un oggetto matematico. La dimostrazione è un procedimento per cui, data una certa realtà come (a+b)(a-b), mostro passo per passo che ne segue necessariamente un'altra, come a2-b2. Ma questo, nel caso dell'esistenza di Dio, come anche della mia stessa esistenza, non è possibile: non è possibile ripercorrere tutti i passaggi che portano alla mia esistenza o a quella di questo banco, il che non significa che io e il banco non esistiamo. Semplicemente, non è il metodo adeguato.
Quindi: a ciascun oggetto, il suo metodo. E gli eventuali errori non dipendono dal metodo, ma dalla nostra scarsa capacità di utilizzarlo.
Ora, ragazzi, mentre suona la campanella, vi lascio questo compito per la prossima settimana: io sono certo che mia madre mi vuole bene. Ne sono certo! Come che 2+2 fa quattro, e in un certo senso anche di più!
Qual è il metodo che uso per giungere a questa certezza?
Classe 1^ Ds. Giovedì, prima ora. È la seconda lezione, in questa classe.
Ho chiesto loro di scrivere una breve autopresentazione. Nome e cognome. Dove abitano. Dove sono nati. Se sono nati all'estero, per piacere, non scrivano solo lo Stato, ma la città, il paese, il villaggio, quel che è. Non vi preoccupate, che poi me lo vado a cercare su Google Earth.
E poi: per quale ragione avete scelto di fare religione (qualche voce qua e là: a me mi ci manda mia mamma, anche a me, io pure...). Okay, okay... Potete anche scrivere: per quale ragione avreste preferito non fare religione (qualcuno sorride, qualcun altro ridacchia proprio).
Infine: quale ritieni che sia la caratteristica principale del tuo carattere, della tua personalità.
Gelo.
Come, prof, cosa intende dire...?
Vediamo, proviamo a metterla giù così: cosa deve sapere di te, cosa è essenziale che conosca di te una persona, se vuole diventare tuo amico? Oppure: quale caratteristica della tua personalità pensi che un amico, se è un vero amico, non possa fare a meno di notare?
I ragazzi, persi, ciucciano le biro. Le ragazze invece annuiscono e cominciano a scrivere. Dopo un po' cominciano a trascinare le biro sul foglio anche i maschietti.
Mentre scrivono preparo il resto della lezione.
Devo introdurre il programma dell'anno: L'esperienza religiosa.
Fra poco dovrò cominciare a spiegare la questione fondamentale di questa strana materia: il problema metodologico.
Dirò loro che la prima cosa che devono fare, quando hanno l'ora di religione, è buttare nel cesso tutto quel che sanno o che credono di sapere in materia. Gli dirò proprio così: buttatelo nel cesso. Perché è impossibile imparare qualcosa se si pensa di sapere già tutto. E con religione le cose stanno proprio così: dopo anni di catechismo subìto e di messe obbligate tutti pensano di sapere già tutto, e perciò non vedono il nuovo neppure se se lo trovano davanti.
Invece - dirò loro, fra poco - dovete almeno provare a sospendere il vostro giudizio. Anche perché vi assicuro che di quel che vi spiegherò non sapete davvero una fava, e vi posso già garantire che nessuno vi ha mai presentato la religione nel modo in cui ve la presenterò io.
(Tutti gli anni, dopo due o tre mesi di lezione, sempre, immancabilmente, c'è sempre lo studente che salta su a chiedermi: Ma prof, quand'è che cominciamo a fare religione? Capita anche che me lo chieda qualche genitore a udienze. Il problema è lo stesso: uno ha la sua idea fissa, il suo schemino in testa, e guai a romperglielo)
Cominciamo subito, dirò. Scriverò in mezzo alla lavagna
esperienza religiosae poi chiederò: cos'è l'esperienza religiosa? Aggiungerò un = e un punto interrogativo
esperienza religiosa = ?e dirò: boh. Non lo sappiamo. Il punto di partenza del corso è che non sappiamo cosa sia l'esperienza religiosa. Del resto è l'oggetto del corso: cosa sia, forse lo scopriremo solo alla fine dell'anno. Ma per ora dobbiamo dire che non sappiamo cosa sia.
esperienza religiosa = ?E allora - dirò ai miei ragazzi - se è un'esperienza, nessuno può farla al posto tuo. Nessuno te la può spiegare: la devi fare tu.
esperienza <---- partire da se stessi
conoscere se stessi, vedere come siamo fatti, prendersi in mano. Non posso chiedere ad un altro la consistenza di qualcosa che devo vivere io! Non posso chiedere a un prete, a una suora, al papa o all'insegnante di religione cosa sia l'esperienza religiosa: non ti potranno dire nulla. Ti potranno dire la loro esperienza, ti potranno riempire la testa di regole e contenuti, ma non servirebbe a nulla, se non parti da te stesso tutto è inutile. Non posso chiedere a un altro se io sono davvero innamorato di una ragazza! Questa è l'unica materia nella quale ad essere in gioco sei tu, la tua persona, non le tue conoscenze, non il tuo cervello, ma tu, in toto. Il punto di partenza sei tu.
Allora - dirò, concludendo - cominciate a capire perché vi ho fatto scrivere quelle due cazzate sul foglio? Per cominciare ad abituarvi a guardare voi stessi. Perché se c'è qualcosa di davvero difficile, è guardare se stessi. Potremmo stare qui per ore a discutere dell'ultima partita di Champion's dell'Inter, ma se vi chiedo di parlare di voi stessi scende il silenzio. È difficile prendersi in mano, farsi oggetto della propria attenzione. Ma è indispensabile, se volete che quel che imparerete sia davvero vostro, e non qualcosa di attaccaticcio, l'esperienza di un altro, appiccicata col nastro adesivo alla vostra persona. In gioco ci sei tu. A te metterti in gioco.
Ma cosa significa partire da se stessi? Come si fa a conoscere ciò che realmente si è, e a non scambiare un pregiudizio che abbiamo su di coi con la nostra vera realtà? Lo vedremo alla prossima puntata.
E alla fine dell'ora leggerò le poche righe che hanno scritto. Semplici, banali, scontate. Tutti dicono di essere timidi e socievoli, generosi e talvolta testardi.
Non sanno ancora che queste cose che han scritto non sono loro: è l'immagine che hanno di se stessi, quella che gli altri hanno su di loro o quel che loro vorrebbero che apparisse all'esterno. Ma loro sono altro. Cosa, lo scopriranno da soli.
Intanto, fra tutto quel che hanno scribacchiato, quattro perle.
Una ragazza, che dice di sé: Sono semplice, sincera e timida, ma poi quando qualcuno mi conosce meglio mi sciolgo di più, ma comunque sono normale. Una ragazza tipica italiana.
Una ragazza dop.
Un ragazzo, che mi mette in guardia: Ragiono solo con la mia testa, ed è pressoché impossibile farmi cambiare idea. Pressoché impossibile. A quattordici anni ha già deciso di aver deciso tutto.
Un altro ragazzo, dopo essersi spremuto le meningi per quasi dieci minuti, ha scritto una sola parola: Creativo. Alla faccia della creatività.
Infine un ragazzo, che mi dà già una gran malinconia: Sono una persona abbastanza timida e quindi potrei fare poche conoscenze, e sono una persona che sta molto al computer ed è lì che faccio più conoscenze perché non parlo da persona a persona e quindi sono molto più aperto.
Non parlo da persona a persona e quindi sono molto più aperto.
Molto più aperto, proprio quando sta chiuso.
Il boccino d'oro, che si apre alla chiusura.
- Ma zia, perché avete i piatti tutti rotti? (in effetti ce n'è un paio sbeccati).La bimba ci guarda stranita.
Io - Perché siamo molto, molto poveri. E i piatti non sono nostri, ce li facciamo prestare a pranzo e a cena dalla signora di sotto.
Davide: Prima ce li avevamo di tungsteno. Ma li abbiamo dovuti vendere.
Io: - Ora sbrigati a mangiare, che li dobbiamo ridare indietro.
- Ma perché ammazzano le balene?La bimba non ribatte. Mangia i suoi sofficini e chiede il prosciutto. La zia glielo mette nel piatto.
Davide: - Perché sono buone.
- Ma non è vero!
Io: - Invece sì, con le olive la balena è fantastica.
Davide: - E non sai com'è il delfino panato.
- Ma prendi il prosciutto con le mani?!La nipotina finisce di mangiare in silenzio.
Davide: - Certo, perché, tu cosa usi?
Io: - Noi mangiamo anche il minestrone con le mani. Avevamo messo le posate perché ci sei tu, ma ora ti faccio vedere. E glielo mostro.
Mi capita ogni tanto di leggere, su Friendfeed, di avventurosi e travagliati tragitti casa-lavoro, lavoro-casa, pieni di tempi morti, rischi di incidenti, code chilometriche e blocchi quasi eterni.
Permettetemi di dubitare.
L'Italia è il Paese delle cento città, via. E se son cento è appunto perché nessuna delle aree metropolitane italiane può neanche lontanamente competere, per vastità ed estensione, non dico con Città del Messico, San Paolo, Mumbai o Il Cairo, ma nemmeno con Londra o Parigi.
E quindi, flemmatici amici romani, cari milanesi nevrastenici, piantatela di lamentarvi. Non vi si crede, non vi si può credere quando ci raccontate delle vostre code e ci ammannite fanfole implausibili, vaneggiando di tangenziali clacsonanti e croci uncinate fantozziane. Noi della provincia saremo appunto provinciali, ma non siamo tonti. Abbiamo anche noi un'esperienza. Sappiamo come stanno le cose, e le cose stanno così: 
(700 mt, 8 min. ca. A piedi, of course)
(Premessa. Il post è lunghino, è vero. Ma non tutte le ore di lezione hanno la stessa "densità", epperciò...)
Prima ora del sabato, e prima ora di lezione dell'anno in 2^A liceo tecnico.
Per essere una seconda, la classe ha già una storia tormentata. L'anno scorso sono stati bocciati qualcosa come otto o nove dei loro compagni. E solo due o tre per scarso profitto, tutti gli altri per un esplicito, sistematico e "attivo" rifiuto dell'attività didattica e di qualsiasi norma di comportamento calata dall'alto.
Ora, potremmo stare qui a discutere anni sul fatto che bocciare un terzo degli allievi di una classe costituisca un fallimento dei ragazzi e delle loro famiglie o non piuttosto un fallimento della scuola e degli insegnanti. Da parte mia posso solo dire che ho iniziato lo scorso anno scolastico imbruttendomi parecchio coi colleghi che già ad ottobre pretendevano di emettere sentenze di morte, ma devo ammettere che il resto del tempo l'ho trascorso incazzandomi di brutto coi miei allievi, entusiasti nel loro rendere via via sempre più vere le più funeree previsioni degli insegnanti. Del resto, quello delle profezie autoavverantesi è un fenomeno ben conosciuto in pedagogia. È l'esatto opposto dell'effetto Pigmalione: dite ad un ragazzino di quattordici anni che è stupido, zuccone e che è un delinquente, ripeteteglielo ad ogni occasione, rimarcate ogni fallimento, piccolo o grande che sia. Bravi. Ora provate ad ottenere da lui qualcosa che non corrisponda in tutto e per tutto al giudizio che lo avete convinto ad avere su se stesso. Buona fortuna.
Così, quelli che ho davanti in questa assonnata mattina del sabato (al di là delle finestre il sole finalmente fa la sua comparsa, dopo due giorni più che autunnali) sono i sopravvissuti. In un certo senso, l'élite: ragazzi normalissimi e di capacità sufficienti o tutt'al più discrete, il cui unico, eppure grande merito sta nell'essere sopravvissuti in un ambiente ostile, stretti fra insegnanti arrabbiati e compagni prepotenti, nell'essere riusciti a trovare prima un modus vivendi, poi ad apprendere due o tre nozioni basilari nelle materie fondamentali. Sono il prodotto evolutivo della selezione naturale (la scuola è forse l'unico luogo in cui si riesce ad applicare il darwinismo sociale...), e hanno rinforzato nell'anno trascorso quella che ancora non sanno essere la loro caratteristica vincente: aver voglia di imparare, sempre e comunque, al di là del casino, del piacere, della noia, della follia di insegnanti e compagni.
A fianco a loro c'è un'altra piccola élite: un piccolo gruppetto (2 o tre ragazzi) di bocciati della 2^ A liceo tecnico dell'anno scorso, classe che è stata sterminata e condotta all'estinzione: qualcosa come il 50% degli allievi bocciato a giugno, la maggior parte di loro partiti per altri lidi (istituti professionali, avviamento al lavoro, in giro per strada), i pochi reiscritti sparpagliati fra le varie seconde in ossequio ai criteri di formazione delle classi stabiliti dalla Gelmini e dai suoi predecessori, nonché dal sempre valido principio del divide et impera. Se non altro, chi ha deciso di rimanere lo ha fatto con cognizione di causa: sono ragazzi fragili, ma determinati. Li conosco: vittime di un contesto e della propria immaturità, più che scansafatiche svogliati o cervelli impigriti. Su loro si può contare, e in un ambiente favorevole non mancheranno di riprendersi.
Tutto questo mi passa per la testa mentre li saluto, poso i registri e scorro i loro nomi sul registro di classe, segnando chi è assente e chiedendo chi non fa religione (nessuno, tutti avvalentisi). Dopodiché do loro gli avvisi di rito (libro di testo, quaderno, modalità di valutazione), e via che si parte.
Riprendiamo là dove ci eravamo fermati, in giugno: dobbiamo finalmente dirci cosa sia ‘sto benedetto senso religioso su cui stiamo indagando da un anno, e esaminarne da vicino la natura.
Per introdurre il lavoro copio alla lavagna questo bello schemone:

Loro non lo sanno (glielo dirò fra poco), ma è la sintesi dell'intero §6 del primo capitolo del testo: quattordici pagine di parole ridotte a uno schema, che gli invierò in settimana per posta elettronica.
Ma per ora è bene che lo copino: scrivere è già di per sé una prima forma di memorizzazione. Quando avranno in mano il documento stampato basterà loro un'occhiata per ricordare tutto.
Una volta copiato, comincio a dire loro qualcosina.
Innanzitutto, cos'hanno davanti? Una mappa concettuale. Lo strumento principe dell'apprendimento. L'arma di fine di mondo dello studente che voglia davvero capire qualcosa di quel che fa a scuola. Spiego loro come funziona:
Vedete? - dico -, in una mappa concettuale ci sono due elementi. Il primo e più importante è costituito dalle parole o espressioni contenute nei riquadri: sono i concetti fondamentali, quelli che dovete assolutamente memorizzare. Ma non sono meno importanti le linee: esprimono le relazioni che collegano fra loro i vari concetti, e la natura di tali relazioni è esplicitata da verbi. A nulla varrebbe ricordarsi tutti i concetti di una pagina di storia se poi non ricordate i rapporti che intercorrono fra i vari concetti.
Studiare - dico ancora - è comprendere, non memorizzare. Ridurre il contenuto di un capitolo di letteratura italiana o diritto ad una mappa concettuale è quello che, ne sia cosciente o meno, fa ogni studente. Ed esistono strumenti che possono aiutare: per esempio Cmap, scaricabile da internet. Provateci - dico -, dopo aver studiato una pagina di scienze, provate a costruire la vostra mappa. All'inizio farete delle schifezze, ma pian piano vi impratichirete. E il bello è che già nel provarci si impara comunque qualcosa.
Mancano ancora venti minuti: cominciamo a entrare nel contenuto.
La mappa ci dice in sostanza che indagheremo la natura del senso religioso in due direzioni fondamentali, l'una più semplice (ma non per questo più facile), l'altra più complessa (e proprio per questo, forse, più rapidamente comprensibile).(punto, quest'ultimo, che in altri classi suscita subito un vespaio tremendo, ma che in questa prima ora del sabato la classe sembra per ora accettare, almeno provvisoriamente, in attesa di spiegazioni).
Da un lato (dimensione esistenziale), vedremo come il senso religioso costituisca in certo qual modo la cifra fondamentale dell'esistenza di ciascun individuo.
Dall'altro, seguiremo il modo in cui il senso religioso si esprime attraverso domande di senso (che senso ha venire a scuola? che senso ha lavorare? che senso ha il dolore, la sofferenza, la vita, la morte, l'esistenza ?) ed esamineremo le caratteristiche di tali domande, ovvero il loro essere strutturali, inesauribili e bisognose di una risposta totale. Per vedere, infine, che da tali caratteristiche si possono già trarre alcune conseguenze rivelatrici riguardanti la nostra stessa natura: la natura del nostro io (ciò che ci costituisce) è una promessa; dare una risposta a tali domande di senso è inevitabile; la tristezza è la cifra caratteristica dell'essere umano cosciente di sé e del mondo.
Cominciamo - dico ai ragazzi - a guardare cosa sia il senso religioso.
Per comprendere cosa sia il senso religioso, partite dalla vostra esperienza. Ricordate cosa abbiamo detto nelle ultime lezioni dello scorso anno scolastico? L'osservazione della nostra esperienza ci porta a cogliere in essa la presenza di due dimensioni, dotate di caratteristiche affatto diverse: l'una, mutevole, divisibile, quantitativamente determinata; l'altra non quantificabile, non divisibile e in un certo senso permanente. Io sono alto un metro e settantatre, ed essendo sovrappeso stazzo circa 81 chili. In questo modo faccio riferimento ad un aspetto della mia esperienza quantificabile, divisibile (posso pesare un braccio, misurare la lunghezza di una gamba), mutevole (trent'anni fa pesavo un po' meno).
Ma esiste un'altra dimensione, del tutto diversa, della mia esperienza. Se dico: amo i miei figli, questa mia esperienza non è per nulla quantificabile (solo i bambini piccoli tentano di descrivere, allargando le braccine, quanto bene vogliono alla mamma), non è divisibile (mostrami un pezzo dell'amore che hai per tua madre!) e non è mutevole (il bene che ora voglio ai miei figli è di per sé immutabile; domani il bene che vorrò ai miei figli sarà magari diverso, maggiore o minore, ma non è il mio amore di questo istante che è mutato, è un nuovo affetto, una nuova decisione, a sua volta, nuovamente, immutabile nella sua natura di giudizio!).
Così, se dico 2+2=4, oppure "questo è un banco", esprimo qualcosa, un giudizio, non mutevole, non quantificabile e indivisibile nella sua verità o falsità.
È perciò la nostra stessa esperienza a mostrarci la compresenza di due dimensioni della nostra realtà. Nel corso dei secoli, a queste dimensioni sono stati dati nomi diversi, i più famosi dei quali sono materia e spirito, anima e corpo. Non vi piacciono? Non c'è problema: chiamateli Pippo e Ciccio, se preferite. L'importante è che teniate ferma la loro distinzione e irriducibilità (su questo, se è il caso, torneremo più avanti).
Ora, il fatto che la nostra esperienza manifesti la presenza di due diverse dimensioni non significa che siamo schizofrenici o degli strani mostri a due teste. Si dà infatti la possibilità che due realtà diverse e irriducibili interagiscano fra loro dando origine ad una terza, diversa realtà, identificabile e unitaria, sebbene composta.
Un preludio di Chopin suonato da Arturo Benedetti Michelangeli [domanda immediata: scusi, prof, ma chi caspita è questo tizio?]... uhm, hai ragione, dunque, un assolo di chitarra elettrica è una realtà ben identificabile, dotata di particolarità che la rendono subito riconoscibile. Eppure, perché si dia occorrono due altre realtà, del tutto diverse tra loro, irriducibili l'una all'altra: uno strumento ben costruito ed accordato (realtà quantificabile, mutevole, divisibile) e la genialità del musicista (non quantificabile, indivisibile, non mutevole). Così è della mia vita, realtà unitaria e identificabile, per quanto composta da due diverse dimensioni.
Ecco, ragazzi - dico loro sul suono della campanella - : il senso religioso, qualunque cosa esso sia, è l'espressione suprema di una delle due dimensioni della nostra esperienza, quella spirituale.
O, se preferite, di Ciccio.
Non avete idea di quanto spesso mi senta rivolgere queste domande, o simili.
Cioè, no, ne avete perfettamente idea: anche voi me le avete fatte più volte, trovandoci a un blograduno, o nel commento a un post, bevendo un bicchiere a casa mia o a casa di amici comuni.
E io ho sempre svicolato. Un po' per timidezza, un po' per mancanza di voglia (cavolo, è sempre lavoro!), un po' perché non è possibile riassumere in due minuti cinque programmazioni annuali. E poi c'è sempre quella strana, inspiegabile ritrosia dell'insegnante medio, che non gradisce che si ficchi il naso nelle sue lezioni, che non vuole che si entri in classe con lui, che non desidera mostrarsi all'opera.
Fateci caso, ripensate alle vostre esperienze di studenti: quanti dei vostri insegnanti facevano lezione con la porta dell'aula aperta? Pochi, pochissimi. E quei pochi, di solito carichi di anni di servizio, lo facevano più per uno sfoggio di confidenza col mestiere (come per dire: voglio proprio vedere chi ha il coraggio di venire a controllare come lavoro), più per ostentare il proprio ritenersi al di sopra di qualsiasi giudizio, che per una questione di trasparenza.
E allora ho pensato di mostrare di tanto in tanto quel che faccio. Nella sua banale quotidianità. Di che parlo, cosa tratto, come lo tratto e con chi. Dimodochè il giudizio di ciascuno su questo mio strano lavoro possa fondarsi, oltre che sul sentito dire e su ricordi inevitabilmente soggettivi, su un'esperienza mostrata nel suo farsi, e perciò discutibile, ma senza dubbio concreta ed oggettiva.
E quindi.
Esempio numero 1: prima lezione dell'anno in 5^ A Liceo tecnico. Quinta ora del mercoledì. Per loro, l'ultima ora.
Dopo gli avvisi di rito (ci vuole un quaderno, faremo una verifica scritta per quadrimestre, il libro di testo no, non lo usiamo con sistematicità ma tenetelo lì che non si sa mai) presento il programma di quest'anno: conoscenza delle linee essenziali dell'islam e dell'ebraismo.
Prima obiezione: prof, ma non dovremmo fare religione cattolica?
Risposta: sì, ma quando uscirete da questa scuola, lavorando per lo più in cantieri edili, avrete a che fare con musulmani più o meno praticanti ogni santo giorno, e perciò mi rifiuto di farvi uscire da qua senza sapere almeno le cose basilari; in secondo luogo, sono cinque anni che avete due compagni di classe musulmani, non so se ve ne siete mai accorti; in terzo luogo, parlarvi dell'islam non mi dispensa dall'operare un costante confronto tra le credenze islamiche e quelle cristiane, e quindi di fatto approfondiremo anche la conoscenza del cattolicesimo.
Non ci sono altre obiezioni. Partiamo.
Innanzitutto, cosa sanno i miei polli dell'islam? Quali sono le loro conoscenze di partenza?
Vediamo. Proviamo a fare un brain storming.
Scrivo ISLAM in mezzo alla lavagna, poi chiedo ai ragazzi di dire la prima cosa che collegano a quella parola. Associazione di idee, insomma.
Questo è il risultato.

Interessante, come sempre. Spiego loro che, per quante volte faccia questo lavoretto nelle varie classi, il risultato è sempre inatteso.
Qui, in particolare, emergono diverse costellazioni concettuali, non tutte afferenti all'ambito propriamente religioso, ma, come spesso accade, all'ambito dell'attualità, della politica internazionale, del marginale (suini, kebab) dell'esotismo (cammello e deserto sono tra le parole più gettonate: e i ragazzi non sanno che il più grande paese musulmano è l'Indonesia, che di cammelli e deserti non ne ha mai visti) o della cazzata sesquipedale (cobra e rabbino: l'islam come religione degli incantatori di serpenti, coincidente con l'ebraismo).
Comincio a far notare ai ragazzi queste strane presenze, quando suona la campanella: sono già passati cinquanta minuti, e ho solo cominciato a introdurre la questione.
- Ma come, cinquanta minuti e tu hai fatto appena 'sta boiata?!
Già. Ti stupisci? Il tempo è la principale e più scarsa risorsa con cui l'insegnante deve fare i conti.
...eh?
...no, niente, è che qui in Emilia la scuola inizia domani.
(...e poi il lunedì è il mio giorno libero...)
(DK* 1) Sottile!* DK = Diels - Kaprotti
(DK 2) Ti dico solo questo: ricattare.
(DK 3) Io, tre anni fa, non sapevo nuotare.
L'assessore all'arredo urbano del Comune di Milano Maurizio Cadeo ha nel frattempo deciso di battezzare la futura ruota panoramica che dominerà dal prossimo Natale il Parco Sempione «Ruota della Fortuna», in omaggio alla nota trasmissione televisiva di Mike BongiornoEcco cosa succede a nominare

