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Quanto manca alle prossime ferie

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Ultimi graffiti sulla Porta Rosa

MA COS’È QUESTA CRISI/2

Saturday, 3 January 2009

WORK IN PROGRESS/5 - LESSON PLAN

Wednesday, 4 November 2009

HIGHWAY TO HELL-O KITTY

Wednesday, 28 October 2009

WORK IN PROGRESS/4

Monday, 19 October 2009

Fantacalcio

Traffico sulla via di Porta Rosa

Total: 952,203
since: 2 Jan 2005

WORK IN PROGRESS/5 - LESSON PLAN

Wednesday, 4 November 2009 12:16 A GMT+01

Che un uomo abbia detto: "Io sono Dio" e che questo venga riferito come un fatto presente è qualcosa che richiede prepotentemente una presa di posizione personale.
Si può sorriderne, si può decidere di non curarsene: ciò significherà comunque che si è voluto risolvere il problema negativamente, che non si è voluto prendere atto di trovarsi di fronte ad una proposta dei cui termini nessuna umana immaginazione potrà fantasticare qualcosa di più grande.
Ecco perché la società così spesso non vuol saperne di questo annuncio, vuole confinarlo nelle chiese, nelle coscienze.
Ciò che disturba è proprio l'enormità dei termini del problema: che Egli sia o non sia esistito; meglio, constatare o non constatare che Egli
sia o sia esistito, questa è la decisione più grande dell'esistenza.
Nessun'altra scelta che la società può proporre o l'uomo immaginare come importante ha questo valore.
E ciò suona come un'imposizione: affermare il contenuto cristiano sembra dispotismo.
Ma è dispotismo dare notizia di una cosa accaduta, per quanto grande possa essere?

Ecco, so già che domani non potrò fare le lezioni che mi sono preparato. Perché già so che i ragazzi - un po' per autentica curiosità, un po' per perder tempo - mi chiederanno cosa penso della sentenza della Corte di Strasburgo, cosa penso del togliere i crocefissi dalle aule.
E io commenterò le righe che ho riportato qui sopra, che sono tratte dal loro libro di testo.
Ma vorrei dire che farei lo stesso se invece di insegnare religione insegnassi filosofia, o storia, o italiano, o ginnastica.
Perché quei due legnetti incrociati richiamano a chiunque li guardi - credente o non credente, cristiano, musulmano, ebreo o buddista non importa - la più grande sfida culturale che sia mai stata concepita.
Che quell'uomo, che si è identificato con Dio - che Egli sia o non sia esistito; che Egli sia o sia esistito. Prendere posizione di fronte a questo è inevitabile. E dalla nostra presa di posizione deriva lo sguardo che avremo sulla realtà tutta. Sull'arte e la letteratura, sulle scienze e le tecnologie, sul diritto e sul pensiero umano, sul passato, sul presente e sul futuro.
Non riesco a pensare a nulla di più implicitamente e potentemente educativo del proporre ad un giovane di paragonarsi con quell'inimmaginabile pretesa.
E per questo, per quanto possa sembrare paradossale, non riesco a pensare ad un luogo che sia più adatto ad un crocefisso di un'aula scolastica.

CERCASI MANOVELLA D’AVVIAMENTO INFORMATICA

Monday, 2 November 2009 3:34 P GMT+01
una recente immagine del mio computerNegli anni '70 la Citroen produceva ancora automobili (come l'Ami 8) dotate di accensione a manovella. La cosa può sembrare ridicola solo a chi non sa cosa significhi, causa batteria scarica, restare a piedi sotto l'acqua di domenica, a cento chilometri da casa, su una strada poco battuta e senza avere i cavi nel bagagliaio. A quel punto, poter avviare il motore con un gagliardo giro di manovella sembra già meno ridicolo.
Tutto questo per dire che vorrei che l'Olidata avesse provveduto di manovella d'accensione anche il mio computer. Da settimane riesco ad accenderlo solo compiendo tutta una serie di manovre, poche delle quali ragionevolmente guidate da un approssimativo intuito tecnico, nella maggior parte dei casi essendo dettate dalla superstizione e dalla creatività del momento.

In sostanza: premendo il pulsante d'avviamento sul davanti, si accende per un istante la spia dell'accensione, che si spegne subito, senza che il computer abbia dato alcun segno di risveglio.
A questo punto occorre spostare su Off l'interruttore posteriore, attendere un attimo, indi rimetterlo sull'On e tornare ad agire sul pulsante d'avviamento sul davanti.

L'operazione va ripetuta un numero n di volte, finché il computer non s'accende.
Inutile dire che il valore di n è del tutto indefinito, e al momento si mostra del tutto slegato da ogni variabile x a noi nota.
Ah, dimenticavo: si dà il caso che il computer si avvii, ma che non si accenda il monitor. In tal caso il computer va spento di nuovo e l'intero ciclo riprende da capo, per altre n volte.
In mancanza di un equivalente informatico della Citroen-manovella, avete dei suggerimenti?

P.s.: prego astenersi macfanatici e sostenitori della pura e semplice sostituzione della macchina. All'extrema ratio ci arrivo anche da solo, grazie.

HIGHWAY TO HELL-O KITTY

Wednesday, 28 October 2009 5:17 P GMT+01
Una mia studentessa mi ha aperto gli occhi sull'abisso di male dal quale è scaturita Hello Kitty.
Ha mai notato, prof, che Hell-o è un chiaro riferimento all'inferno? E si è mai chiesto perché Hello Kitty non ha bocca?
No, in effetti no. Non avevo notato e non mi ero mai chiesto.
Beh, ora le racconto...
Uno choc.
Poi, una volta a casa, ho cercato conferme. E le ho trovate. Riporto quanto dice un'autorevole fonte (è il quarto commento):
ciao raga io sn rita vi volevo dire ke la storia di hello kitty non e prp quello ke vi ha raccontato qll raga .. aadesso vi racconto cm e andata verame....... allora c era un signore ke aveva una figlia di nome kitty questa bambina aveva un tumore alla gola e quindi non poteva parlare .. qnd la figlia stava in fin di vita il padre fece un patto kn il diavolo e lui la curo ma non la guari completamente il diemonio fece una proposta al padre dicendogli ke poteva fare una gattina cn il nome figlia (gattina xk alla bimba piacevano molto) e lui accetto inft dicono ke qsta gattina e indemoniata ....i o non so a ke kredere xò a me piace molto hello kitty e non voglio ke sia indemoniata ... vbb cmq se nin credete la storia ke vi ho dettofatevi delle komode ricerke ..... vbb ciao
Altro che "non ha la bocca perché parla con il cuore"!
In tempi non sospetti il Sir scriveva che "Hello Kitty è dappertutto". Era un avvertimento, e noi non lo abbiamo capito.
Il mondo è perduto.
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I 10 RACCONTI BIBLICI PIÙ BIZZARRI

Thursday, 22 October 2009 6:48 P GMT+01
Dalla morte di Eglon a quella di Onan, dai duecento prepuzi che Davide reca in dono a Saul alla strana teoria genetica sostenuta e praticata da Giacobbe.
Il post è molto divertente (le mie storie preferite sono la 6, la 5 e la 3); ma la cosa più interessante sono i 1.418, diconsi 1418 commenti che il post ha ricevuto tra il 31 gennaio 2008 e il 19 ottobre 2009: un'efficace e realistica panoramica sul mondo delle varie chiese e sette cristiane sparse negli Usa, in particolare sul modo in cui si rapportano alla Bibbia (dai sostenitori dell'interpretazione letterale ai creazionisti duri e puri) e sulla possibilità di rivolgere o meno uno sguardo ironico alle sacre scritture (it would be wise NOT to make fun of the LORD thy GOD!).

Listverse

WORK IN PROGRESS/4

Monday, 19 October 2009 4:27 P GMT+01
È la seconda lezione che faccio in 3^ Ds. Classe numerosa, composta da un mix di scazzati wanna-be-geometri-professionali (convinti che in un istituto tecnico per geometri non abbia senso insegnare storia e nemmeno diritto, va là va là italiano e inglese, religione proprio non si capisce cosa centri; per cui ostentano fogli da disegno e manuali di Costruzioni aperti sul banco durante qualsiasi ora di lezione) e di simpatici sedicenni interessati soprattutto a calcio-donne-motori (con la variante moda-ometti per la categoria femminile).
Ce li ho dalla prima, ormai ci si conosce. Pochissimi i non avvalentisi (un paio). Il resto (circa 25 sbarbati) sono qua, ancora piuttosto agitati dall'ora di disegno appena conclusa.
La lezione della scorsa settimana se n'è andata tutta nello spiegare loro il meccanismo di assegnazione del credito scolastico (sono all'inizio del triennio, e ancora non sapevano che da quest'anno avrebbero iniziato ad accumulare punti per l'esame di Stato).
Compilato il registro, cancellata la lavagna, chiusa la finestra, ottenuto il silenzio, comincio.
Scrivo alla lavagna l'argomento del corso di quest'anno
STORICITÀ DI GESÙ DI NAZARETH
Bene, dico. Come prima cosa dobbiamo subito precisare di cosa si occuperà il corso. Perché so bene che nella vostra testolina piena di preconcetti e riflessi condizionati avete già fatto 2+2: è l'ora di religione, quello è l'argomento del corso, indi quest'anno parliamo tutto l'anno di Gesù.
E invece no, non è proprio così.
Analizzate il titolo del corso:

STORICITÀ DI GESÙ DI NAZARETH
L'oggetto del corso è il problema della storicità. "Di Gesù di Nazareth" è la specificazione del problema.
Dovremo perciò comprendere innanzitutto come si indaghi sulla storicità di alcunché e di chicchessia; dopodiché proveremo ad applicare alla figura di Gesù di Nazareth quanto avremo imparato, e ciascuno sarà libero di tirare le conclusioni che vuole (e di confrontarsi con le conclusioni che io gli proporrò, ça va).
Tanto per cambiare, perciò, il primo problema che ci si pone è quello del metodo: quale metodo si usa per indagare sulla storicità di qualcosa?
Dal fondo, una soave voce femminile risponde: Il metodo storico.
Bene, dico. E in cosa consiste?
Silenzio.
Okay. Prendiamola larga.
Innanzitutto, dico loro, ficcatevi nel cervello - e scrivete bene in evidenza sui vostri quaderni - la regola metodologica principe, che ora scrivo alla lavagna:
IL METODO È IMPOSTO DALL'OGGETTO
Mi giro verso di loro. Sono perplessi. Alzo il braccio che regge il gesso e chiedo: Cos'è questo?
Dopo un attimo, qualcuno risponde: Un gesso.
Bene. Che metodo avete seguito per arrivare alla risposta?
Perplessità, di nuovo. Poi qualcuno risponde: Beh, l'abbiamo guardato.
Esatto, dico. Nessuno di voi ha pensato che il metodo migliore per rispondere alla mia domanda fosse quello di girarsi verso il muro, o di sfogliare il libro di Costruzioni. Chiunque volesse rispondere alla domanda è stato costretto a guardare verso l'oggetto. Il metodo per conoscere l'oggetto vi è stato cioè imposto dall'oggetto, non l'avete deciso voi! Questa è la prima regola: in qualsiasi processo di conoscenza, occorre usare il metodo adeguato all'oggetto da conoscere. Pena il non conoscere un bel nulla. E il vostro cervello è frutto di un processo evolutivo di adattamento all'ambiente che ha fatto sì che, esistendo una gran quantità di tipologie diverse di oggetti di conoscenza, si sviluppassero metodi di conoscenza diversi e adeguati a ciascuno di essi.
Ora - proseguo - proviamo a fare qualche esempio, e vediamo cosa ne ricaviamo.
Scrivo alla lavagna:
(a+b)(a-b)=a2-b2
Questo, come sapete, è un prodotto notevole. Siete certi di quel che ho scritto?
Qualcuno, grazie al cielo, risponde che sì, ne è certo.
Che tipo di certezza è?
Matematica, dicono in due o tre.
E che metodo avete usato per giungere a questa certezza?
Il metodo matematico.
Benissimo. Esiste perciò un metodo che mi porta a certezze matematiche, ed è il metodo matematico. Questo metodo è infallibile?
Attimi di silenzio. Poi qualcuno azzarda: No, nel'ultimo compito in classe ho preso 3!
Vero, rispondo, ma pensaci un attimo: hai preso 3 perché era sbagliato il metodo o perché tu non riesci ad applicarlo? La seconda che ho detto, vero?
Il metodo matematico, di per sé, è infallibile: se tu lo usi sugli oggetti matematici e ne rispetti le regole, ti conduce a conoscenze certe. Se invece fai degli errori, questi non vanno imputati al metodo, ma alla nostra cattiva applicazione del metodo. Chiaro?
I ragazzi dicono di sì. Sperèm.
Andiamo avanti. Scrivo alla lavagna:
H20
Di nuovo, chiedo loro: Cos'è questo?
Qualcuno risponde: L'acqua.
Uhm, no, dico. Potreste essere più precisi?
La formula chimica dell'acqua.
Bene. Ne siete certi?
Sì.
E come fate ad esserne certi?
Perché ce lo ha detto la Pina! [la loro prof di Chimica]
È vero, avete ragione. Vi prego di tenere da parte questa risposta, perché come vedrete ci verrà buona. Ma vi chiedo, di nuovo: come facciamo a sapere che davvero l'acqua è H20?
Buio totale.
Chiedo, di nuovo: Come si fa a provare che l'acqua è H20? Come hanno fatto a scoprirlo?
Di fronte al loro silenzio e alle loro bocche in posizione da boh, parlo un po' di Henry Cavendish e dell'elettrolisi dell'acqua. Loro ascoltano come se raccontassi l'ultimo episodio di Naruto. Dico in due parole come funziona il metodo sperimentale e poi concludo: Metodo scientifico, certezze scientifiche. Metodo matematico, certezze matematiche. E ancora chiedo: Il metodo funziona? Sì, rispondono. E se mescolo un acido e una base e faccio saltar per aria il laboratorio? È colpa tua che sei scemo!, risponde uno per tutti.
Bene. Ancora un ultimo esempio:
Le donne hanno gli stessi diritti degli uomini
Qui la classe si divide. Molti dei maschietti dicono sghignazzando che non è mica vero, che non ne sono per niente certi. Le ragazze giustamente si incazzano, dicono che è vero. Quando si calmano un po', dico alla classe che io ne sono certo, e che spero che ne siano certe innanzitutto le ragazze. Poi mi rivolgo a qualcuna di loro e chiedo: Però come fate ad esserne certe?
Perché lo dice la legge, risponde una.
Già, dico. Ma fino a qualche decennio fa la legge diceva cose piuttosto diverse. E faccio l'esempio del delitto d'onore, in vigore in Italia fino al 1975, e del diritto di voto, e della situazione delle donne in molti paesi islamici, e chiedo: Ma allora se la legge non dicesse che le donne hanno gli stessi diritti degli uomini, voi, ragazze, sareste convinte di non avere gli stessi diritti? In linea di principio, dico?
Col cavolo!, rispondono.
Okay. Ma, di nuovo, su cosa fondate questa certezza?
Silenzio.
Allora scrivo alla lavagna:
Tutti gli esseri umani hanno gli stessi diritti
D'accordo?, chiedo.
D'accordo.
Torno a scrivere.
Donne e uomini sono esseri umani
D'accordo?
D'accordo.
Scrivo.
Donne e uomini hanno gli stessi diritti.

Mi giro, li guardo. Annuiscono.
Questo metodo si chiama sillogismo. Se poni due premesse vere, quel che ne deriva logicamente sarà sempre vero. Ma attenzione: anche questo metodo ha le sue regole, e se non le rispettate giungete a conclusioni sbagliate. Per esempio, se dico (e mi avvicino a un banco) questo banco ha quattro zampe, i cavalli hanno quattro zampe, questo tavolo è un cavallo, è chiaro che ho detto un'assurdità, ma non è colpa del metodo, sono io che non ne ho rispettato le regole, che ad esempio mi impongono di usare i termini presenti nelle frasi sempre nello stesso senso, mentre qui la parola zampe ha due significati differenti a seconda che la usi in riferimento al banco o al cavallo.
Allora, concludiamo. Vi ho presentato tre metodi diversi di conoscenza, capaci di condurci a tre tipi differenti di certezza.
È importante che capiate che non si può usare un metodo su qualsivoglia oggetto, ma solo sugli oggetti adeguati. Pena il dire sciocchezze, tipo: Dimostrami l'esistenza di Dio. Dio non è dimostrabile, semplicemente perché non è un oggetto matematico. La dimostrazione è un procedimento per cui, data una certa realtà come (a+b)(a-b), mostro passo per passo che ne segue necessariamente un'altra, come a2-b2. Ma questo, nel caso dell'esistenza di Dio, come anche della mia stessa esistenza, non è possibile: non è possibile ripercorrere tutti i passaggi che portano alla mia esistenza o a quella di questo banco, il che non significa che io e il banco non esistiamo. Semplicemente, non è il metodo adeguato.
Quindi: a ciascun oggetto, il suo metodo. E gli eventuali errori non dipendono dal metodo, ma dalla nostra scarsa capacità di utilizzarlo.
Ora, ragazzi, mentre suona la campanella, vi lascio questo compito per la prossima settimana: io sono certo che mia madre mi vuole bene. Ne sono certo! Come che 2+2 fa quattro, e in un certo senso anche di più!

Qual è il metodo che uso per giungere a questa certezza?

LA SPALLA DEL GIGANTE

Wednesday, 14 October 2009 10:05 P GMT+01
Mentre mi avvio verso casa, aspiro il fumo della sigaretta e come d'abitudine alzo lo sguardo verso il cielo.
Là, verso nord est, appena sopra i tetti delle case, fa il suo ritorno Orione, e le Pleiadi formicolano contro il buio.
Per me l'autunno è sempre stato questo. Non il freddo, il riscaldare casa, non la nebbia o la brevità del giorno. Ma Betelgeuse la rossa, e Aldebaran, e la cintura e la spada.
E il respiro rallenta, il petto mi si allarga, e il cuore è un tutt'uno con le generazioni che per millenni hanno spiato il ritorno delle costellazioni, come me in questo momento.
E per un attimo mi sento più uomo.

VERBALE D'ASSEMBLEA

Tuesday, 13 October 2009 4:54 P GMT+01
Quattro ore d'assemblea d'istituto. Due per il biennio, due per il triennio.
Ordine del giorno: presentazione delle liste per l'elezione dei rappresentanti degli studenti in consiglio d'istituto e alla consulta provinciale.
Numero liste: una per il consiglio d'istituto, una per la consulta.
Numero candidati: uno per il consiglio d'istituto, uno per la consulta.
Numero versi, versacci, urla e rutti nei microfoni: tendente a + ∞.
Interesse dell'assemblea: tendente a - ∞
Domande provenienti dall'assemblea: due, sensate. La prima, diretta ai vecchi rappresentanti: Ma voi, da quando siete stati eletti, cosa avete ottenuto? Risposta: Il distributore di spremute d'arancia al primo piano. E altre cose che ora non ricordo. La seconda, rivolta all'unico candidato: Cos'è la consulta provinciale? Risposta: La consulta degli studenti della provincia. Fanno... non so, beh, un mio amico che c'era dentro mi ha detto che ci si diverte molto.
Programma di lista: punto primo, riavere il distributore delle lattine di bibite (rimosso in seguito ad una rivolta di bidelle, esplosa dopo l'ennesimo cesso turato dalle lattine vuote); punto secondo, far accedere al parcheggio della scuola gli studenti automuniti (domanda: Quanti di voi vengono a scuola in macchina? Si alzano quattro mani); punto terzo: far riaprire il cancelletto che dal cortile dà in viale Dante, consentendo così di risparmiare un sacco di strada sia all'entrata che all'uscita (peccato che il cancelletto sia di proprietà dell'istituto professionale nostro dirimpettaio, che lo tiene serrato con cura per non fare scappar via gli allievi durante le lezioni). E basta, fine del programma. Anche se
durante l'assemblea del biennio si vocifera della promesse di un'aula fumatori, e addirittura di un'aula pisolino, in cui riposarsi se troppo stressati (un po' come le zone di decompressione in discoteca).
Ecco, lo so: a questo punto del post uno si aspetta la tirata. E com'erano le assemblee ai nostri tempi, e quali altri problemi avrebbero dovuto discutere, e come si partecipa a un'assemblea, e come la si organizza, e via moraleggiando. Ma non ci penso proprio. Mi piaccia o non mi piaccia, è con questi qui che devo lavorare. Ed è a questi qui che devo voler bene, proprio così come sono. Perché non potrebbero essere diversi. Perché l'aria che respirano è quella che è. Perché non è tutta colpa loro. Perché sono figli dei loro genitori. Perché quando qualcuno gli fa la carità di mettergli davanti il vero, lo riconoscono (per poi magari decidere di non accettarlo, ma intanto lo riconoscono). E soprattutto perché sennò, io, cosa cavolo insegno loro a fare?
!

UNA SCUOLA DI GABIBBI

Sunday, 11 October 2009 3:25 P GMT+01
Dunque, qui a Piacenza c'è questa cosa per cui i due licei cittadini sono in costante competizione fra loro per vedere chi ce l'ha più lungo. E io c'ho più studenti, ma noi abbiamo più iniziative, e io c'ho più corsi, e noi abbiamo organizzato più conferenze, e io, e noi. In tempi di autonomia e di scarse risorse economiche, tutto fa brodo, e ogni sciocchezza si può trasformare in una campagna d'immagine da cui attendersi un ritorno positivo in termini di iscrizioni e finanziamenti.
La rivalità è storica e di vecchia data, ma negli ultimi anni si è esasperata per via del carattere competitivo e ambizioso delle attuali dirigenti scolastiche. Ambedue di ottime capacità e quasi stakanoviste nella loro dedizione al compito, eh, sia chiaro. Ma ogni tanto l'impressione è quella di un'escalation nella corsa agli armamenti.
Ad esempio, una settimana fa al Tg5 c'è stato un servizio del tutto inaspettato, in cui uno dei due suddetti licei veniva presentato come "la scuola più informatizzata del Paese": tre minuti del secondo tiggì italiano, nell'orario di massimo ascolto, dedicati a tessere le lodi di una scuola sperduta in una delle ultime provincie dell'impero. Il giorno dopo nella mia scuola ci si scambiava strani sguardi e sorrisetti. La preside del secondo liceo è stata per una decina d'anni dirigente del nostro istituto. Ben conoscendola, immaginavamo quanto il servizio del Tg5 potesse averle fatto attorcigliare le budella. Subito è scattata la solidarietà. Sono bastati venti euro.
Ieri è stato recapitato alla nostra ex dirigente un tapiro d'oro.

ALMANACCO DEL GIORNO DOPO

Thursday, 8 October 2009 3:39 P GMT+01
Il problema è che c'è chi crede che ci sia stato un 25 aprile quando in realtà non c'è stato nemmeno un 25 luglio, e soprattutto senza rendersi conto che non solo non c'è stato alcun 28 ottobre, ma che è l'opposizione a vivere un continuo 8 settembre.
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RICORRENZE/2

Friday, 2 October 2009 6:45 P GMT+01
Due ottobre del ventotto. Oggi avrebbe compiuto ottantun'anni.
Auguri, papà.

WORK IN PROGRESS/3

Tuesday, 29 September 2009 10:38 P GMT+01

Classe 1^ Ds. Giovedì, prima ora. È la seconda lezione, in questa classe.
Ho chiesto loro di scrivere una breve autopresentazione. Nome e cognome. Dove abitano. Dove sono nati. Se sono nati all'estero, per piacere, non scrivano solo lo Stato, ma la città, il paese, il villaggio, quel che è. Non vi preoccupate, che poi me lo vado a cercare su Google Earth.
E poi: per quale ragione avete scelto di fare religione (qualche voce qua e là: a me mi ci manda mia mamma, anche a me, io pure...). Okay, okay... Potete anche scrivere: per quale ragione avreste preferito non fare religione (qualcuno sorride, qualcun altro ridacchia proprio).
Infine: quale ritieni che sia la caratteristica principale del tuo carattere, della tua personalità.
Gelo.
Come, prof, cosa intende dire...?
Vediamo, proviamo a metterla giù così: cosa deve sapere di te, cosa è essenziale che conosca di te una persona, se vuole diventare tuo amico? Oppure: quale caratteristica della tua personalità pensi che un amico, se è un vero amico, non possa fare a meno di notare?
I ragazzi, persi, ciucciano le biro. Le ragazze invece annuiscono e cominciano a scrivere. Dopo un po' cominciano a trascinare le biro sul foglio anche i maschietti.
Mentre scrivono preparo il resto della lezione.

Devo introdurre il programma dell'anno: L'esperienza religiosa.
Fra poco dovrò cominciare a spiegare la questione fondamentale di questa strana materia: il problema metodologico.
Dirò loro che la prima cosa che devono fare, quando hanno l'ora di religione, è buttare nel cesso tutto quel che sanno o che credono di sapere in materia. Gli dirò proprio così: buttatelo nel cesso. Perché è impossibile imparare qualcosa se si pensa di sapere già tutto. E con religione le cose stanno proprio così: dopo anni di catechismo subìto e di messe obbligate tutti pensano di sapere già tutto, e perciò non vedono il nuovo neppure se se lo trovano davanti.
Invece - dirò loro, fra poco - dovete almeno provare a sospendere il vostro giudizio. Anche perché vi assicuro che di quel che vi spiegherò non sapete davvero una fava, e vi posso già garantire che nessuno vi ha mai presentato la religione nel modo in cui ve la presenterò io.
(Tutti gli anni, dopo due o tre mesi di lezione, sempre, immancabilmente, c'è sempre lo studente che salta su a chiedermi: Ma prof, quand'è che cominciamo a fare religione? Capita anche che me lo chieda qualche genitore a udienze. Il problema è lo stesso: uno ha la sua idea fissa, il suo schemino in testa, e guai a romperglielo)
Cominciamo subito, dirò. Scriverò in mezzo alla lavagna

esperienza religiosa
e poi chiederò: cos'è l'esperienza religiosa? Aggiungerò un = e un punto interrogativo
esperienza religiosa = ?
e dirò: boh. Non lo sappiamo. Il punto di partenza del corso è che non sappiamo cosa sia l'esperienza religiosa. Del resto è l'oggetto del corso: cosa sia, forse lo scopriremo solo alla fine dell'anno. Ma per ora dobbiamo dire che non sappiamo cosa sia.
Anche se in realtà - aggiungerò - una cosa, a ben vedere, già la sappiamo: qualunque cosa essa sia, l'esperienza religiosa è, appunto, un'esperienza:
esperienza religiosa = ?
E allora - dirò ai miei ragazzi - se è un'esperienza, nessuno può farla al posto tuo. Nessuno te la può spiegare: la devi fare tu.
Nessuno ti può spiegare l'esperienza del giocare a calcio. Io ti posso raccontare la mia esperienza, ti posso spiegare le regole, ma questo non è fare esperienza del calcio. Cosa significhi correre dietro a un pallone sotto la pioggia con altri venti amici, e segnare a due minuti dalla fine, e sentire il cuore che ti scoppia dentro dalla contentezza, nessuno te lo può spiegare: occorre provarlo.
Ecco il primo punto metodologico: se l'esperienza religiosa è un'esperienza, occorre partire da se stessi:
esperienza <---- partire da se stessi

conoscere se stessi, vedere come siamo fatti, prendersi in mano. Non posso chiedere ad un altro la consistenza di qualcosa che devo vivere io! Non posso chiedere a un prete, a una suora, al papa o all'insegnante di religione cosa sia l'esperienza religiosa: non ti potranno dire nulla. Ti potranno dire la loro esperienza, ti potranno riempire la testa di regole e contenuti, ma non servirebbe a nulla, se non parti da te stesso tutto è inutile. Non posso chiedere a un altro se io sono davvero innamorato di una ragazza! Questa è l'unica materia nella quale ad essere in gioco sei tu, la tua persona, non le tue conoscenze, non il tuo cervello, ma tu, in toto. Il punto di partenza sei tu.
Allora - dirò, concludendo - cominciate a capire perché vi ho fatto scrivere quelle due cazzate sul foglio? Per cominciare ad abituarvi a guardare voi stessi. Perché se c'è qualcosa di davvero difficile, è guardare se stessi. Potremmo stare qui per ore a discutere dell'ultima partita di Champion's dell'Inter, ma se vi chiedo di parlare di voi stessi scende il silenzio. È difficile prendersi in mano, farsi oggetto della propria attenzione. Ma è indispensabile, se volete che quel che imparerete sia davvero vostro, e non qualcosa di attaccaticcio, l'esperienza di un altro, appiccicata col nastro adesivo alla vostra persona. In gioco ci sei tu. A te metterti in gioco.
Ma cosa significa partire da se stessi? Come si fa a conoscere ciò che realmente si è, e a non scambiare un pregiudizio che abbiamo su di coi con la nostra vera realtà? Lo vedremo alla prossima puntata.

E alla fine dell'ora leggerò le poche righe che hanno scritto. Semplici, banali, scontate. Tutti dicono di essere timidi e socievoli, generosi e talvolta testardi.
Non sanno ancora che queste cose che han scritto non sono loro: è l'immagine che hanno di se stessi, quella che gli altri hanno su di loro o quel che loro vorrebbero che apparisse all'esterno. Ma loro sono altro. Cosa, lo scopriranno da soli.
Intanto, fra tutto quel che hanno scribacchiato, quattro perle.
Una ragazza, che dice di sé: Sono semplice, sincera e timida, ma poi quando qualcuno mi conosce meglio mi sciolgo di più, ma comunque sono normale. Una ragazza tipica italiana.
Una ragazza dop.
Un ragazzo, che mi mette in guardia: Ragiono solo con la mia testa, ed è pressoché impossibile farmi cambiare idea. Pressoché impossibile. A quattordici anni ha già deciso di aver deciso tutto.
Un altro ragazzo, dopo essersi spremuto le meningi per quasi dieci minuti, ha scritto una sola parola: Creativo. Alla faccia della creatività.
Infine un ragazzo, che mi dà già una gran malinconia: Sono una persona abbastanza timida e quindi potrei fare poche conoscenze, e sono una persona che sta molto al computer ed è lì che faccio più conoscenze perché non parlo da persona a persona e quindi sono molto più aperto.
Non parlo da persona a persona e quindi sono molto più aperto.
Molto più aperto, proprio quando sta chiuso.
Il boccino d'oro, che si apre alla chiusura.

RIEDUCHESCIONAL DINNER

Sunday, 27 September 2009 3:03 P GMT+01
Abbiamo a cena la nipotina, figlia della sorella di mia moglie.
Sei anni, un visino da angioletto e una linguaccia da zitella acida.
Non si è ancora seduta che già ha detto Zia, hai bruciato i sofficini! (che lei si è portata i sofficini da casa, visto che noi mangiamo del velenoso minestrone).
- Ma no, cara, sono solo un po' abbrustoliti...
- No, li hai bruciati!. Non sei capace di cucinare, la mia mamma è più brava di te!
Poi chiede alla Cri quanti anni ha.
- Venticinque, risponde la zia, non ben consapevole della serpentitudine della nipote.
- Ma che venticinque, bassa come sei sembri più vecchia!
Io e Davide ci guardiamo. Scatta la rappresaglia.
- Ma zia, perché avete i piatti tutti rotti? (in effetti ce n'è un paio sbeccati).
Io - Perché siamo molto, molto poveri. E i piatti non sono nostri, ce li facciamo prestare a pranzo e a cena dalla signora di sotto.
Davide: Prima ce li avevamo di tungsteno. Ma li abbiamo dovuti vendere.
Io: - Ora sbrigati a mangiare, che li dobbiamo ridare indietro.
La bimba ci guarda stranita.
Alla tv il tiggì mostra una mattanza di delfini e balene nel mar del Giappone. La nipotina è molto colpita.
- Ma perché ammazzano le balene?
Davide: - Perché sono buone.
- Ma non è vero!
Io: - Invece sì, con le olive la balena è fantastica.
Davide: - E non sai com'è il delfino panato.
La bimba non ribatte. Mangia i suoi sofficini e chiede il prosciutto. La zia glielo mette nel piatto.
- Ma prendi il prosciutto con le mani?!
Davide: - Certo, perché, tu cosa usi?
Io: - Noi mangiamo anche il minestrone con le mani. Avevamo messo le posate perché ci sei tu, ma ora ti faccio vedere. E glielo mostro.
La nipotina finisce di mangiare in silenzio.

CI SI RISENTE FRA MILLEDUECENTO PAGINE (OVVERO: LA LETTURA COME AVVENTURA)

Wednesday, 23 September 2009 6:53 P GMT+01
Da luglio ad oggi, full immersion nell'800 letterario europeo.
Ho infilato, uno dietro l'altro: I demoni, L'idiota, il Tolstoj della Sonata a Kreutzer, il Peter Schlemil di von Chamisso, la Marchesa di O... di von Kleist, la Serao, Capuana, La signora delle camelie, Igino Ugo Tarchetti, il Dickens del Canto di Natale e sono a metà dei racconti di Boito, Camillo Boito.
Soffoco. Aria. Ho bisogno d'aria. Non ne posso più della polvere dell'800, ho bisogno di presente e di futuro.
Vabbé, ci provo. Non so chi sia, giuro. Non ho mai letto nulla di suo, e ogni volta che voi scrivete un commento o un'osservazione su di lui o su qualche suo romanzo smetto di leggere e passo ad altro.
Mi trovo quindi in una condizione vergine. Quella che mi è sempre parsa come la più adatta ad iniziare qualsiasi lettura. E perciò vado.
Anno di Glad. "Siedo in ufficio, circondato da teste e corpi..."

CASA LAVORO, LAVORO CASA...

Wednesday, 23 September 2009 3:18 P GMT+01

Mi capita ogni tanto di leggere, su Friendfeed, di avventurosi e travagliati tragitti casa-lavoro, lavoro-casa, pieni di tempi morti, rischi di incidenti, code chilometriche e blocchi quasi eterni.
Permettetemi di dubitare.
L'Italia è il Paese delle cento città, via. E se son cento è appunto perché nessuna delle aree metropolitane italiane può neanche lontanamente competere, per vastità ed estensione, non dico con Città del Messico, San Paolo, Mumbai o Il Cairo, ma nemmeno con Londra o Parigi.
E quindi, flemmatici amici romani, cari milanesi nevrastenici, piantatela di lamentarvi. Non vi si crede, non vi si può credere quando ci raccontate delle vostre code e ci ammannite fanfole implausibili, vaneggiando di tangenziali clacsonanti e croci uncinate fantozziane. Noi della provincia saremo appunto provinciali, ma non siamo tonti. Abbiamo anche noi un'esperienza. Sappiamo come stanno le cose, e le cose stanno così:

(700 mt, 8 min. ca. A piedi, of course)

WORK IN PROGRESS/2

Sunday, 20 September 2009 7:19 P GMT+01

(Premessa. Il post è lunghino, è vero. Ma non tutte le ore di lezione hanno la stessa "densità", epperciò...)
Prima ora del sabato, e prima ora di lezione dell'anno in 2^A liceo tecnico.
Per essere una seconda, la classe ha già una storia tormentata. L'anno scorso sono stati bocciati qualcosa come otto o nove dei loro compagni. E solo due o tre per scarso profitto, tutti gli altri per un esplicito, sistematico e "attivo" rifiuto dell'attività didattica e di qualsiasi norma di comportamento calata dall'alto.
Ora, potremmo stare qui a discutere anni sul fatto che bocciare un terzo degli allievi di una classe costituisca un fallimento dei ragazzi e delle loro famiglie o non piuttosto un fallimento della scuola e degli insegnanti. Da parte mia posso solo dire che ho iniziato lo scorso anno scolastico imbruttendomi parecchio coi colleghi che già ad ottobre pretendevano di emettere sentenze di morte, ma devo ammettere che il resto del tempo l'ho trascorso incazzandomi di brutto coi miei allievi, entusiasti nel loro rendere via via sempre più vere le più funeree previsioni degli insegnanti. Del resto, quello delle profezie autoavverantesi è un fenomeno ben conosciuto in pedagogia. È l'esatto opposto dell'effetto Pigmalione: dite ad un ragazzino di quattordici anni che è stupido, zuccone e che è un delinquente, ripeteteglielo ad ogni occasione, rimarcate ogni fallimento, piccolo o grande che sia. Bravi. Ora provate ad ottenere da lui qualcosa che non corrisponda in tutto e per tutto al giudizio che lo avete convinto ad avere su se stesso. Buona fortuna.
Così, quelli che ho davanti in questa assonnata mattina del sabato (al di là delle finestre il sole finalmente fa la sua comparsa, dopo due giorni più che autunnali) sono i sopravvissuti. In un certo senso, l'élite: ragazzi normalissimi e di capacità sufficienti o tutt'al più discrete, il cui unico, eppure grande merito sta nell'essere sopravvissuti in un ambiente ostile, stretti fra insegnanti arrabbiati e compagni prepotenti, nell'essere riusciti a trovare prima un modus vivendi, poi ad apprendere due o tre nozioni basilari nelle materie fondamentali. Sono il prodotto evolutivo della selezione naturale (la scuola è forse l'unico luogo in cui si riesce ad applicare il darwinismo sociale...), e hanno rinforzato nell'anno trascorso quella che ancora non sanno essere la loro caratteristica vincente: aver voglia di imparare, sempre e comunque, al di là del casino, del piacere, della noia, della follia di insegnanti e compagni.
A fianco a loro c'è un'altra piccola élite: un piccolo gruppetto (2 o tre ragazzi) di bocciati della 2^ A liceo tecnico dell'anno scorso, classe che è stata sterminata e condotta all'estinzione: qualcosa come il 50% degli allievi bocciato a giugno, la maggior parte di loro partiti per altri lidi (istituti professionali, avviamento al lavoro, in giro per strada), i pochi reiscritti sparpagliati fra le varie seconde in ossequio ai criteri di formazione delle classi stabiliti dalla Gelmini e dai suoi predecessori, nonché dal sempre valido principio del divide et impera. Se non altro, chi ha deciso di rimanere lo ha fatto con cognizione di causa: sono ragazzi fragili, ma determinati. Li conosco: vittime di un contesto e della propria immaturità, più che scansafatiche svogliati o cervelli impigriti. Su loro si può contare, e in un ambiente favorevole non mancheranno di riprendersi.
Tutto questo mi passa per la testa mentre li saluto, poso i registri e scorro i loro nomi sul registro di classe, segnando chi è assente e chiedendo chi non fa religione (nessuno, tutti avvalentisi). Dopodiché do loro gli avvisi di rito (libro di testo, quaderno, modalità di valutazione), e via che si parte.
Riprendiamo là dove ci eravamo fermati, in giugno: dobbiamo finalmente dirci cosa sia ‘sto benedetto senso religioso su cui stiamo indagando da un anno, e esaminarne da vicino la natura.
Per introdurre il lavoro copio alla lavagna questo bello schemone:


Loro non lo sanno (glielo dirò fra poco), ma è la sintesi dell'intero §6 del primo capitolo del testo: quattordici pagine di parole ridotte a uno schema, che gli invierò in settimana per posta elettronica.
Ma per ora è bene che lo copino: scrivere è già di per sé una prima forma di memorizzazione. Quando avranno in mano il documento stampato basterà loro un'occhiata per ricordare tutto.
Una volta copiato, comincio a dire loro qualcosina.
Innanzitutto, cos'hanno davanti? Una mappa concettuale. Lo strumento principe dell'apprendimento. L'arma di fine di mondo dello studente che voglia davvero capire qualcosa di quel che fa a scuola. Spiego loro come funziona:

Vedete? - dico -, in una mappa concettuale ci sono due elementi. Il primo e più importante è costituito dalle parole o espressioni contenute nei riquadri: sono i concetti fondamentali, quelli che dovete assolutamente memorizzare. Ma non sono meno importanti le linee: esprimono le relazioni che collegano fra loro i vari concetti, e la natura di tali relazioni è esplicitata da verbi. A nulla varrebbe ricordarsi tutti i concetti di una pagina di storia se poi non ricordate i rapporti che intercorrono fra i vari concetti.
Studiare - dico ancora - è comprendere, non memorizzare. Ridurre il contenuto di un capitolo di letteratura italiana o diritto ad una mappa concettuale è quello che, ne sia cosciente o meno, fa ogni studente. Ed esistono strumenti che possono aiutare: per esempio Cmap, scaricabile da internet. Provateci - dico -, dopo aver studiato una pagina di scienze, provate a costruire la vostra mappa. All'inizio farete delle schifezze, ma pian piano vi impratichirete. E il bello è che già nel provarci si impara comunque qualcosa.

Mancano ancora venti minuti: cominciamo a entrare nel contenuto.

La mappa ci dice in sostanza che indagheremo la natura del senso religioso in due direzioni fondamentali, l'una più semplice (ma non per questo più facile), l'altra più complessa (e proprio per questo, forse, più rapidamente comprensibile).
Da un lato (dimensione esistenziale), vedremo come il senso religioso costituisca in certo qual modo la cifra fondamentale dell'esistenza di ciascun individuo.
Dall'altro, seguiremo il modo in cui il senso religioso si esprime attraverso domande di senso (che senso ha venire a scuola? che senso ha lavorare? che senso ha il dolore, la sofferenza, la vita, la morte, l'esistenza ?) ed esamineremo le caratteristiche di tali domande, ovvero il loro essere strutturali, inesauribili e bisognose di una risposta totale. Per vedere, infine, che da tali caratteristiche si possono già trarre alcune conseguenze rivelatrici riguardanti la nostra stessa natura: la natura del nostro io (ciò che ci costituisce) è una promessa; dare una risposta a tali domande di senso è inevitabile; la tristezza è la cifra caratteristica dell'essere umano cosciente di sé e del mondo.
(punto, quest'ultimo, che in altri classi suscita subito un vespaio tremendo, ma che in questa prima ora del sabato la classe sembra per ora accettare, almeno provvisoriamente, in attesa di spiegazioni).
Mancano dieci minuti. Un'ultima osservazione, che già però ci trascina nel centro della questione.
Cominciamo - dico ai ragazzi - a guardare cosa sia il senso religioso.
Per comprendere cosa sia il senso religioso, partite dalla vostra esperienza. Ricordate cosa abbiamo detto nelle ultime lezioni dello scorso anno scolastico? L'osservazione della nostra esperienza ci porta a cogliere in essa la presenza di due dimensioni, dotate di caratteristiche affatto diverse: l'una, mutevole, divisibile, quantitativamente determinata; l'altra non quantificabile, non divisibile e in un certo senso permanente. Io sono alto un metro e settantatre, ed essendo sovrappeso stazzo circa 81 chili. In questo modo faccio riferimento ad un aspetto della mia esperienza quantificabile, divisibile (posso pesare un braccio, misurare la lunghezza di una gamba), mutevole (trent'anni fa pesavo un po' meno).
Ma esiste un'altra dimensione, del tutto diversa, della mia esperienza. Se dico: amo i miei figli, questa mia esperienza non è per nulla quantificabile (solo i bambini piccoli tentano di descrivere, allargando le braccine, quanto bene vogliono alla mamma), non è divisibile (mostrami un pezzo dell'amore che hai per tua madre!) e non è mutevole (il bene che ora voglio ai miei figli è di per sé immutabile; domani il bene che vorrò ai miei figli sarà magari diverso, maggiore o minore, ma non è il mio amore di questo istante che è mutato, è un nuovo affetto, una nuova decisione, a sua volta, nuovamente, immutabile nella sua natura di giudizio!).
Così, se dico 2+2=4, oppure "questo è un banco", esprimo qualcosa, un giudizio, non mutevole, non quantificabile e indivisibile nella sua verità o falsità.
È perciò la nostra stessa esperienza a mostrarci la compresenza di due dimensioni della nostra realtà. Nel corso dei secoli, a queste dimensioni sono stati dati nomi diversi, i più famosi dei quali sono materia e spirito, anima e corpo. Non vi piacciono? Non c'è problema: chiamateli Pippo e Ciccio, se preferite. L'importante è che teniate ferma la loro distinzione e irriducibilità (su questo, se è il caso, torneremo più avanti).
Ora, il fatto che la nostra esperienza manifesti la presenza di due diverse dimensioni non significa che siamo schizofrenici o degli strani mostri a due teste. Si dà infatti la possibilità che due realtà diverse e irriducibili interagiscano fra loro dando origine ad una terza, diversa realtà, identificabile e unitaria, sebbene composta.
Un preludio di Chopin suonato da Arturo Benedetti Michelangeli
[domanda immediata: scusi, prof, ma chi caspita è questo tizio?]... uhm, hai ragione, dunque, un assolo di chitarra elettrica è una realtà ben identificabile, dotata di particolarità che la rendono subito riconoscibile. Eppure, perché si dia occorrono due altre realtà, del tutto diverse tra loro, irriducibili l'una all'altra: uno strumento ben costruito ed accordato (realtà quantificabile, mutevole, divisibile) e la genialità del musicista (non quantificabile, indivisibile, non mutevole). Così è della mia vita, realtà unitaria e identificabile, per quanto composta da due diverse dimensioni.
Ecco, ragazzi
- dico loro sul suono della campanella - : il senso religioso, qualunque cosa esso sia, è l'espressione suprema di una delle due dimensioni della nostra esperienza, quella spirituale.
O, se preferite, di Ciccio.

 

DOLORE E IGNORANZA

Thursday, 17 September 2009 3:46 P GMT+01
È un abisso di dolore e di ignoranza.
Il padre uccide la figlia, "la sua vergogna", perché a diciott'anni non si va a convivere con uno straniero, un infedele, di tredici anni più anziano.
La madre difende il marito, "perché forse ha sbagliato Sanaa", perché è sempre stato un onesto lavoratore e ci sono altre due figlie da crescere.
Il compagno di Sanaa, che nel tentativo di difendere la ragazza si è preso anche qualche coltellata, dice che "delle persone così integraliste devono stare a casa loro", che "se qualcuno ha una mentalità così ristretta è meglio che stia a casa sua e basta". Come se i genitori di Sanaa si fossero trasferiti in Italia per il clima, per il paesaggio o la risaputa ospitalità veneta e friulana nei confronti degli extracomunitari.
Dolore contro dolore, ignoranza contro ignoranza.
(In tutto questo la religione non c'entra niente. Tirarla in ballo non mitiga il dolore, semmai lo esaspera, ed espone a dinamiche di odio e di vendetta.
Tirare in ballo la religione, qui, aumenta l'ignoranza. E può causare altro dolore.)

Corriere della Sera
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WORK IN PROGRESS/1

Wednesday, 16 September 2009 7:17 P GMT+01
- Si, occhei, religione - dice l'amico -, ma in concreto, tu, cosa caspita insegni?
- Scusi, sa, son contento di sapere che mio figlio va bene - dice il genitore alle udienze -. Ma di fatto, in classe... che programma svolge?
- Sì, vabbé, sei anche tu un insegnante - concede il collega -, però, dai... religione... , cioè, alla fin fine, di cosa parli?

Non avete idea di quanto spesso mi senta rivolgere queste domande, o simili.
Cioè, no, ne avete perfettamente idea: anche voi me le avete fatte più volte, trovandoci a un blograduno, o nel commento a un post, bevendo un bicchiere a casa mia o a casa di amici comuni.
E io ho sempre svicolato. Un po' per timidezza, un po' per mancanza di voglia (cavolo, è sempre lavoro!), un po' perché non è possibile riassumere in due minuti cinque programmazioni annuali. E poi c'è sempre quella strana, inspiegabile ritrosia dell'insegnante medio, che non gradisce che si ficchi il naso nelle sue lezioni, che non vuole che si entri in classe con lui, che non desidera mostrarsi all'opera.
Fateci caso, ripensate alle vostre esperienze di studenti: quanti dei vostri insegnanti facevano lezione con la porta dell'aula aperta? Pochi, pochissimi. E quei pochi, di solito carichi di anni di servizio, lo facevano più per uno sfoggio di confidenza col mestiere (come per dire: voglio proprio vedere chi ha il coraggio di venire a controllare come lavoro), più per ostentare il proprio ritenersi al di sopra di qualsiasi giudizio, che per una questione di trasparenza.
E allora ho pensato di mostrare di tanto in tanto quel che faccio. Nella sua banale quotidianità. Di che parlo, cosa tratto, come lo tratto e con chi. Dimodochè il giudizio di ciascuno su questo mio strano lavoro possa fondarsi, oltre che sul sentito dire e su ricordi inevitabilmente soggettivi, su un'esperienza mostrata nel suo farsi, e perciò discutibile, ma senza dubbio concreta ed oggettiva.
E quindi.
Esempio numero 1: prima lezione dell'anno in 5^ A Liceo tecnico. Quinta ora del mercoledì. Per loro, l'ultima ora.
Dopo gli avvisi di rito (ci vuole un quaderno, faremo una verifica scritta per quadrimestre, il libro di testo no, non lo usiamo con sistematicità ma tenetelo lì che non si sa mai) presento il programma di quest'anno: conoscenza delle linee essenziali dell'islam e dell'ebraismo.
Prima obiezione: prof, ma non dovremmo fare religione cattolica?
Risposta: sì, ma quando uscirete da questa scuola, lavorando per lo più in cantieri edili, avrete a che fare con musulmani più o meno praticanti ogni santo giorno, e perciò mi rifiuto di farvi uscire da qua senza sapere almeno le cose basilari; in secondo luogo, sono cinque anni che avete due compagni di classe musulmani, non so se ve ne siete mai accorti; in terzo luogo, parlarvi dell'islam non mi dispensa dall'operare un costante confronto tra le credenze islamiche e quelle cristiane, e quindi di fatto approfondiremo anche la conoscenza del cattolicesimo.
Non ci sono altre obiezioni. Partiamo.
Innanzitutto, cosa sanno i miei polli dell'islam? Quali sono le loro conoscenze di partenza?
Vediamo. Proviamo a fare un brain storming.
Scrivo ISLAM in mezzo alla lavagna, poi chiedo ai ragazzi di dire la prima cosa che collegano a quella parola. Associazione di idee, insomma.
Questo è il risultato.


Interessante, come sempre. Spiego loro che, per quante volte faccia questo lavoretto nelle varie classi, il risultato è sempre inatteso.
Qui, in particolare, emergono diverse costellazioni concettuali, non tutte afferenti all'ambito propriamente religioso, ma, come spesso accade, all'ambito dell'attualità, dell
a politica internazionale, del marginale (suini, kebab) dell'esotismo (cammello e deserto sono tra le parole più gettonate: e i ragazzi non sanno che il più grande paese musulmano è l'Indonesia, che di cammelli e deserti non ne ha mai visti) o della cazzata sesquipedale (cobra e rabbino: l'islam come religione degli incantatori di serpenti, coincidente con l'ebraismo).
Comincio a far notare ai ragazzi queste strane presenze, quando suona la campanella: sono già passati cinquanta minuti, e ho solo cominciato a introdurre la questione.
- Ma come, cinquanta minuti e tu hai fatto appena 'sta boiata?!
Già. Ti stupisci? Il tempo è la principale e più scarsa risorsa con cui l'insegnante deve fare i conti.

DOCTOR EMPEDOCLE, I SUPPOSE

Monday, 14 September 2009 7:08 P GMT+01
Il farmacista mi spiega che le afte in bocca a mio figlio sono causate da un eccesso di calore.
Ho chiesto se dovevo curarlo con iniezioni di flegma.
Mi ha guardato male; poi mi ha allungato una banale confezione contenente un medicinale di colore scuro.
Dopo le opportune spiegazioni, gli ho anche chiesto qualcosa per
i malleoli di Naudhiz.
Et voilà: Thermogel confort. Dicono le istruzioni: consente di usare il naturale potere terapeutico del caldo e del freddo in modo pratico e sicuro.
Duemila e passa anni di medicina nel cesso.

PRIMO GIORNO DI SCUOLA

Monday, 14 September 2009 12:25 P GMT+01

...eh?
...no, niente, è che qui in Emilia la scuola inizia domani.
(...e poi il lunedì è il mio giorno libero...)

NAUDHIZ E GLI EFFETTI NEGATIVI DELL’OSMOSI

Friday, 11 September 2009 10:35 P GMT+01
Naudhiz è preoccupata.
Ha un piccolo rigonfiamento vicino al malleolo del piede destro.
Non ci faceva neanche caso, ma una collega le ha detto che si tratta senz'altro di un'infiltrazione.
La collega è moglie di un laureato Isef che ha una palestra, e quindi è esperta per osmosi.
Naudhiz è andata a vedere su internet, e ha trovato tutto: si tratta di distorsione di primo grado, è dolorosa e si cura col ghiaccio.
Il piede non le fa male per niente. Lo muove senza problema.
Bruttissimi segni.
Naudhiz ci tiene su il ghiaccio, ed è preoccupatissima.

ESSELUNGA. FRAMMENTI DI AFORISMI FILOSOFICI /2

Friday, 11 September 2009 7:21 P GMT+01
Serata proficua, questa. Ben tre frammenti.
(DK* 1) Sottile!
(DK 2)   Ti dico solo questo: ricattare.
(DK 3)   Io, tre anni fa, non sapevo nuotare.
 * DK = Diels - Kaprotti

L'APOCALISSE È VICINA/26

Friday, 11 September 2009 3:01 P GMT+01
L'assessore all'arredo urbano del Comune di Milano Maurizio Cadeo ha nel frattempo deciso di battezzare la futura ruota panoramica che dominerà dal prossimo Natale il Parco Sempione «Ruota della Fortuna», in omaggio alla nota trasmissione televisiva di Mike Bongiorno
Ecco cosa succede a nominare Cesare un Cadeo assessore all'arredo urbano. Ed è andata bene che non ha proposto di intitolare al Rischiatutto l'Expo 2015.
Corriere della Sera

BILANCIO PREVENTIVO

Friday, 11 September 2009 11:16 A GMT+01
Al termine della prima tornata di riunioni scolastiche pre-inizio lezioni, faccio un bilancio degli impegni di quest'anno. Dunque, vediamo.
- insegnante di religione in diciotto classi
- segretario verbalizzatore del consiglio di classe di una quinta
- funzione strumentale "Servizi agli studenti"
- insegnante referente per l'educazione alla salute
- insegnante referente per le attività di accoglienza
- insegnante referente per gli studenti stranieri
- insegnante referente per l'attività di sportello (sostegno psico-pedagogico)
- membro della Commissione orientamento (in entrata)
- membro dello staff organizzativo
Ciascuno di questi impegni non è stato da me richiesto, ma deriva da una nomina del dirigente, o da un'elezione da parte del collegio docenti, o da un'elezione da parte delle singole commissioni.
Tutti gli impegni soprascritti, al di là dell'attività di insegnamento nelle diciotto classi, mi verranno compensati forfettariamente con circa 1100 euro annui (meno di 100 euro al mese), che vedrò a fine giugno 2010. Indipendentemente dal numero di ore che dedicherò loro.
E mi chiedo: ma per quale ragione ci si aspetta che io faccia bene questo lavoro? E soprattutto, c'è qualcuno che veramente si aspetta che io faccia bene questo lavoro?
E perché, comunque sia, lo farò bene?
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MIKE L’ILLUSIONISTA, MIKE IL PEDAGOGO

Wednesday, 9 September 2009 12:39 P GMT+01
È morto Mike. Vabbé, mi dispiace.
Ma ci sono almeno un paio di ragioni che me lo facevano considerare parte del male, un alfiere per nulla secondario del lato oscuro della forza. Ragioni del tutto parziali, sia chiaro, legate come sono al mio idiosincratico modo di veder la vita e di concepire l'umano.
La prima ragione è che è vero, come tutti i giornali strombazzano, che Mike è stato il papà della tv italiana. Ma, santa pazienza, è anche vero che la tv italiana fa cagare. Ma come: quando i ggiovani fanno qualche cazzata, tutti lì a dire che la colpa è dei genitori, vivi o morti che siano (il che non è sempre vero, e tuttavia si dice). Se invece è la tv a fare schifo, il fatto che il papà sia morto lo solleva da ogni responsabilità?
Non imputo a Mike Bongiorno tutto ciò che vi è di negativo nel modo in cui la televisione si è evoluta, soprattutto negli ultimi venticinque anni. Ma la mia non è neppure un'accusa generica.
Ciò di cui accuso Mike è di aver introdotto in Italia l'idea che la tv non rappresenti la realtà, non la mostri, ma che, al contrario, la crei.
Accuso Mike di essere stato il primo - e, almeno all'inizio, il solo - ad aver promosso la capacità del mezzo televisivo di creare una realtà altra, parallela, fatta di spigoli smussati e mediocrità spacciate per sublimi, e ad averla presentata come modello, come idea platonica cui la realtà deve ispirarsi.
Mike è stato il primo creatore di personaggi. È stato il primo a prendere persone affatto comuni e ad elevarle al rango di tipi umani, aprendo la strada che alla lunga avrebbe portato ai tronisti, alle veline, alle ragazze di Non è la Rai e ai Pincopallo del Grande Fratello. Tutto era implicito già nelle signore Longari, negli Inardi e in tutti gli altri signor Nessuno che grazie a Mike hanno raggiunto il loro quarto d'ora di celebrità. Il mondo del quiz è un altro mondo, è il regno di Cuccagna, il paese dei Balocchi cui l'italiano men che medio ha sognato di prender parte per uscire dal grigiore della propria esistenza grazie a virtù in fondo piuttosto laterali, come la conoscenza dei misteri della vinificazione, delle abitudini degli insetti o delle opere liriche. Un mondo di cui solo Mike per lunghissimo tempo ha tenuto le chiavi.
Finché è rimasto alla Rai Mike ha dovuto comprimere questa sua intuizione (o meglio, vocazione, visto che d'intuizione non si può parlare, essendo stato il Mike un puro tramite - creativo e a suo modo geniale, ma sempre tramite - del modo americano di far televisione, già in vigore oltreoceano da un bel po' quando da noi la tv era ancora un ufo), stretta com'era fra altre concezioni di tv, improntate a velleità educative o ideologicamente propagandistiche, ma proprio perciò maggiormente legate al vissuto dell'italiano medio. Il coraggioso passaggio a Telemilano e a Mediaset, da questo punto di vista, ha aperto al Mike degli orizzonti sconfinati: quella che alla Rai era una visione fra le altre diventava concezione programmatica e dominante. Mike ha dato un'anima, la propria anima, alla tv commerciale. La tv, da strumento finalizzato a conoscere e interpretare il mondo, è divenuta definitivamente una creatura demiurgica, fattrice e creatrice, capace di assemblare realtà fittizie eppure così apparentemente reali da determinare, o perlomeno influenzare grandemente, lo sviluppo della realtà stessa. Ormai è la realtà ad ispirarsi alla tv, e se il quotidiano non corrisponde all'immagine televisiva, è il quotidiano ad essere sbagliato. C'è chi su questo ha costruito le proprie fortune politiche. Ma alle spalle c'è Mike, l'illusionista.
La seconda ragione - deformazione professionale! - è pedagogica. In un'Italia ancora composta in larghissima parte da contadini e operai, abituati da una lunga esperienza a legare la concezione di sé e della propria dignità al lavoro e alla fatica, alla creazione delle proprie mani e del proprio ingegno; in un'Italia ancora convinta che la cultura consistesse nella capacità di conoscere il reale afferrandolo nelle sue ragioni più profonde - Mike ha introdotto l'idea tutta americana del successo come misura della dignità, della grandezza della persona valutata in base alla prestazione.
Negli articoli dei giornali di oggi c'è chi contrappone i quiz di Mike - per i quali occorreva essere ferrati e preparatissimi in almeno una disciplina, ed avere un bagaglio complessivo di conoscenze oltremodo ampio - ai quiz odierni, fondati sulla domandina, l'aiutino e in ultima analisi sulla botta di culo. Niente di più falso, la logica è la stessa: i secondi sono solo l'estensione quantitativa dello spirito dei primi, una sua democratizzazione, il modo per rendere accessibile alla massa il sogno della realizzazione di sé da perseguire attraverso la performance di un solo momento.
La logica del quiz, tanto di Mike quanto di Papi, Scotti o Amadeus, sta nel misurare - in migliaia di euro - quanto valgo a partire dall'eccellenza di una prestazione: che poi questa consista, come dicevo prima, nel conoscere a menadito la vita di Totò o tutte le canzoni italiane degli anni '50, non importa. L'importante non è realizzarsi globalmente come donna o come uomo, ma riuscire in qualcosa, qualunque cosa essa sia. Il Mike di Lascia o raddoppia? e di Rischiatutto conservava ancora un residuo romantico del senso della propria dignità come frutto di lavoro e fatica, ma questo senso si è andato via via perdendo fino a giungere alla Ruota della fortuna (immagine quant'altre mai simbolica di un certo modo d'intendere la vita ed il destino), programma del tutto indistinguibile nella sua filosofia dai tanto vituperati quiz odierni, e al quale Mike ha legato ben quattordici anni del proprio lavoro.
I risultati di questo lavoro pedagogico ce li ho sui banchi tutti i giorni: al wannabe campioncino di calcio o di freccette, alla velina in erba o alla modella, la scuola insiste a proporre - attraverso una pletora di esempi e un intero orizzonte di discipline - una concezione di cultura, di umanità e di dignità tanto distanti che, almeno in apparenza, tanto varrebbe parlar loro in sanscrito. Salvo poi, in sede di scrutinio, esigere una valutazione in termini di competenze e abilità, di prestazioni, appunto, che finiscono per ridurre la persona ad un collage di performance attese o disattese in cui l'identità dell'individuo non ha alcuno spazio.
Mike l'illusionista, Mike il pedagogo ha vinto persino a scuola - e ne constato i danni ogni giorno che passa.

FORFAIT

Monday, 7 September 2009 4:46 P GMT+01
L'uno, esce di casa il pomeriggio, avverte che starà fuori a cena, non risponde alle chiamate che gli fai sul cellulare alle quattro e dieci perché ce l'ha scarico, alle cinque e mezza di mattina ti si appalesa appena prima che tu chiami l'obitorio, e fra le cose incomprensibili che bofonchia mentre lo stai cazziando ti spiega che le scarpe ce le ha tutte bagnate perché Sono stato a uno schiuma party.

L'altro, esce di casa il pomeriggio per fare un giro da solo in centro, va alla Feltrinelli e torna a casa con un Dvd della Turandot, e alla sera tutto giulivo si ciuccia un'ora e quaranta di Ping, Pong e Pang.

Io, do forfait.

ESSELUNGA. FRAMMENTI DI AFORISMI FILOSOFICI /1

Saturday, 5 September 2009 7:09 P GMT+01
Comunque la cosa peggiore è tua madre.

PRESE D’ATTO

Friday, 4 September 2009 11:03 A GMT+01
A scuola, primi incontri, prime riunioni. E primi vivaci [eufemismo] confronti.
Prendo atto che per i miei colleghi, diciamo così, più schierati a sinistra, il "caso Boffo" è trasparente. E ci tengono a farmelo sapere, visto che io rappresento il male.
Insomma, Feltri ha ragione. E Boffo se ne doveva andare via subito.
Due le argomentazioni addotte.
La prima: la Cei è una potenza.
(Fine dell'argomentazione. Giuro)
La seconda: se sei stato condannato, non ti puoi permettere di far la morale agli altri; dai giornali, poi.
Dalla prima argomentazione deduco che.
È ancora in vigore il principio del "colpirne uno per educarne cento". Non importa chi tu realmente sia e cosa tu abbia realmente fatto, l'importante è "ciò che rappresenti". Per me, cresciuto negli anni '70, il ragionamento ha un retrogusto sinistro, e la sensazione di deja vu è opprimente.
Dalla seconda.
C'è bisogno di qualcuno che vada a tirar giù Adriano Sofri.

Corriere della Sera
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BLOCK NOTES/8 - L'IRC, QUESTA SCONOSCIUTA

Wednesday, 2 September 2009 3:46 P GMT+01
Corso d'aggiornamento per gli insegnanti di religione.
Insegnanti di scuole materne, primarie, secondarie, tutti insieme appassionatamente.
Chi insegna da quest'anno, chi da cinque, chi da dieci, chi da trent'anni.
Tutti lì, insieme.
A scoprirci ignoranti come capre.
Per esempio.

Alcuni numeri. Dal 1929 al 1984 (anno di revisione del Concordato), l'insegnamento della religione cattolica (d'ora in avanti, IRC) è stato regolato da 2 leggi, 7 circolari ed un parere del Consiglio di Stato, al quale, in occasione dell'istituzione degli organi collegiali, fu chiesto se gli insegnanti di religione (d'ora in poi, Idr) potevano essere considerati parte dell'elettorato attivo e passivo (risposta: sì).
Dal 19 febbraio 1984 (giorno successivo alla pubblicazione dell'Accordo di Revisione) a questa mattina, sono state promulgate, SOLO riguardo all'IRC:
- 13 leggi specifiche
- almeno 217 circolari
- almeno 69 sentenze del TAR
- 51 sentenze del Consiglio di Stato
- 7 sentenze della Corte Costituzionale
- 1 sentenza del Presidente della Corte di Stato
Morale: anche senza tener conto di tutte le altre norme che toccano la scuola nel suo complesso, e quindi pure l'IRC e gli Idr, non esiste nella pubblica istruzione nulla di più normato dell'IRC. Tutto è stato passato al setaccio, previsto e dettagliato. E tutto si può dire meno che l'IRC si trovi nella scuola italiana extra lege o comunque a dispetto dello Stato e dei vari governi che si sono susseguiti in questi ultimi venticinque anni.

L'avvenuta immissione in ruolo di un bel pacco di IdR (col concorso seguito all'emanazione dello status giuridico degli Idr, L 186/2003) è stata una forma di garanzia per la disciplina, non per gli insegnanti.
Mi spiego.
Al contrario di tutti gli altri insegnanti, per i quali il concorso ha il fine di far ottenere l'abilitazione, gli Idr risultano abilitati già con l'idoneità conferita dall'ordinario diocesano (come specificato nel parere del Consiglio di Stato richiamato sopra a proposito della partecipazione degli IdR agli organi collegiali); il concorso ha invece lo scopo di garantire allo Stato un'adeguata conoscenza del funzionamento dell'istituzione scolastica da parte degli IdR. Il concorso infatti non verteva sui contenuti disciplinari (che lo Stato, in mancanza di facoltà universitarie di Teologia o simili, non ha alcun titolo per verificare), ma su legislazione scolastica, elementi generali di cultura pedagogico-didattica, linee metodologiche ed organizzative del sistema di istruzione e formazione, organizzazione dei processi di apprendimento, valutazione degli apprendimenti e altre amenità del genere. È vero che parte (parte!) degli Idr vincitori di concorso è passata di ruolo, ed è stata perciò assunta a tempo indeterminato; ma tale ruolo resta comunque legato all'idoneità, equivalente per gli IdR all'abilitazione. E l'idoneità non è un titolo statico, ma dinamico: ora c'è, domani potrebbe non esserci (se mi metto ad insegnare che per me la Trinità è una cazzata, o che Dio per i cristiani è in quattro persone, l'idoneità mi viene revocata). Morale: l'Idr di ruolo conserva il posto finché conserva l'idoneità.

Postilla. È vero che la L 186 prevede la possibilità, per l'Idr rimosso dall'incarico in seguito a revoca dell'idoneità, di passare, se provvisto di altra abilitazione, ad altro insegnamento, o, se sprovvisto, ad altro utilizzo nell'amministrazione pubblica. Ma allo stato attuale, a sei anni e mezzo dalla promulgazione della legge, non sono stati mai varati i decreti attuativi! In altre parole: lo Stato non ha mai precisato in che modo debba avvenire tale passaggio. E così, nei cinque o sei casi accaduti dal 2003 ad oggi in cui un IdR di ruolo si è visto revocare l'idoneità, la conclusione è sempre stata un licenziamento in tronco. Con buona pace di chi tuttora sospetta che la L 186 sia un cavallo di Troia per consentire agli IdR di passare su altri insegnamenti...

La famigerata attività alternativa! Allora: se all'atto dell'iscrizione una famiglia, anche una sola, ne fa esplicita richiesta (basta barrare l'apposita crocetta sul modulo), la scuola è obbligata a fornire l'attività alternativa. In che cosa consista, lo decide il collegio docenti. Quel che è certo è che non può essere un contenuto disciplinare: è un'attività alternativa, non una materia alternativa. Gli insegnanti che hanno ore a disposizione sono obbligati a dare la propria disponibilità per svolgere tali attività. In mancanza di un insegnante disponibile, sta all'Ufficio scolastico provinciale fornire l'insegnante, pagato, s'intende, dal Ministero. L'attività va scelta di concerto con l'alunno e la sua famiglia: ma, ripeto, non può essere una materia scolastica. L'attività viene comunque valutata e concorre, come l'IRC, alla determinazione del credito scolastico.
I non avvalentisi possono anche optare per lo studio individuale non assistito (nel qual caso vanno raccolti in un'aula, sotto la sorveglianza di un bidello; all'RSU il compito di contrattare adeguato compenso); o per lo studio individuale assistito (lo studente stende un suo programma di lavoro e lo svolge sotto la supervisione di un insegnante, che mette così a frutto le proprie ore a disposizione o fa qualche ora in più, pagato dal fondo d'istituto).
Infine, c'è il permesso di uscita. È valido per qualsiasi ora, non solo per la  prima o l'ultima. E vale anche per i minori, purché i genitori se ne siano assunti per scritto la responsabilità.
Tutto questo è regolamentato, scritto nero su bianco. Non è applicato, lo so benissimo. Perché? E perché le famiglie dei non avvalentisi non reclamano per ottenere questo loro diritto? E perché i colleghi tanto bravi a difendere, a parole, i diritti dei non avvalentisi non muovono poi un dito per porli in atto? Perché? Mistero, direbbe Ruggeri.

La sentenza del TAR? Superata. Nata morta. A parte che il TAR non può esprimere pareri su leggi dello Stato (e le ordinanze Fioroni sono diventate legge un bel po' prima che il TAR si pronunciasse), tutta la questione del credito scolastico sarà presto superata dalla valutazione dell'IRC in decimi. Sissì. Col voto numerico. Sarà la prossima bombetta.
Già mi vedo Intravajo o l'UAAR, con le vene del collo tese come funi.
Religione.
Col voto.
In numeri.

Che fa media.

BLOCK NOTES/7. LA SCUOLA, COM’È

Wednesday, 2 September 2009 12:44 A GMT+01

Primo settembre. Come si sa, è il vero capodanno. Gli insegnanti tornano a scuola dopo un'era di ferie per il rito del Collegio Docenti. Qualcuno sfoggia un'abbronzatura offensiva, ma la maggior parte è bianca come a gennaio. In generale il clima è molto disteso: si parla piano, i saluti vengono quasi sussurrati. L'insegnante medio sperimenta ancora una condizione di relax della quale, tempo tre settimane, non resterà nemmeno il ricordo. Anche la preside è meno brillante del solito, e inizia a parlare con un'insolita calma. Nemmeno i cellulari, lasciati accesi e or qua or là diversamente suonanti, la fanno incazzare. È proprio inizio anno, siamo tutti più buoni.

La preside segue l'ordine del giorno. Ce lo illustra grazie ad una presentazione in PowerPoint. Ora, il fatto che il fondo delle slides sia grigio (scuro in basso, via via sfumante sul chiaro nella parte superiore), che le scritte siano rosse e nere e, per di più, massimo massimo in corpo 24, rende ogni tentativo di lettura impraticabile al di là della quinta fila di sedie. Lo sforzo oculare porta per di più all'istantaneo abbiocco. Io poi, essendo arrivato in lieve ritardo, sarò perlomeno in decima fila come neanche Badoer, per cui vedo solo come un indistinto susseguirsi di formiche nere e rosse in lotta fra loro su un terreno bruciacchiato. Insomma, non ci vedo una beata.

Veniamo ai contenuti. Tutti i bocciati si sono reiscritti - ed erano tanti, soprattutto al biennio. Non c'è stato modo di reindirizzarli altrove, nonostante l'incongruità della loro scelta scolastica. Con ogni evidenza si sono trovati molto bene.

Le novità della riforma Gelmini. Innanzitutto, la necessità di certificare
già alla fine del secondo anno le competenze acquisite dagli allievi, in conclusione dell'obbligo scolastico. In altre parole: già alla fine della seconda i ragazzi devono avere in mano un documento che dica con precisione quali conoscenze posseggano e cosa siano in grado di fare.

Per essere ammessi all'esame di Stato occorrerà avere sulla pagella di fine anno solo voti sufficienti. L'anno scorso il Ministero era ricorso all'escamotage della media dei voti sufficiente, ma quest'anno, niente scherzi: almeno tutti sei, altrimenti niente esame. Io, per esempio, che alla fine del quinto anno avevo un bel quattro in fisica e un cinque in matematica, la maturità classica dell'83 avrei potuto seguirla solo alla tivù.

Altra condizione per essere ammessi all'anno successivo e all'esame di Stato è la frequenza di almeno due terzi delle ore di lezione. Ma questa condizione entrerà in vigore solo nell'anno scolastico 2010/11. Per quest'anno si può ancora fugare.

Questioni organizzative. Non esiste più la commissione Salute, di cui ero referente. Viene assorbita dalla funzione strumentale "Servizi studenti". Che quest'anno, in mancanza di candidature alternative, toccherà ancora a me ricoprire. In concreto, perciò, non mi cambia nulla.

Guadagniamo una prima, ma accorpiamo due quarte. Avendo poi soppresso una delle seconde (e avendo perciò una terza in meno), abbiamo perso una classe rispetto all'anno scorso. Chiaro, no?

Un collega domanda: - E per i non avvalentisi (tradotto: quelli che non fanno religione) non sono previste attività? - Già, dice la preside, vediamo. Le ore di religione sono 21. Per tenere i non avvalentisi di 21 classi in 21 ore occorrono come minimo sette insegnanti, che impieghino in queste attività le tre ore settimanali in cui sono a disposizione. Volontari? Nessuna risposta - nemmeno da parte del collega che ha posto il quesito, peraltro. Che dopo congrua pausa torna a chiedere: - Va comunque steso un piano, no? Preside: - In effetti, sì. E tenendo conto che alla prima e all'ultima ora il problema non si pone, perché gli studenti entrano dopo o escono prima, gli insegnanti necessari sarebbero un po' meno, diciamo quattro o cinque. Torno allora a chiedere: c'è qualcuno che vuole organizzare le attività alternative? Lo dico anche per evitare polemiche sulle possibili discriminazioni ai danni dei non avvalentisi in sede di attribuzione crediti. Silenzio. Nessuna mano si alza, e quella del collega non più delle altre. A questo punto, dopo un'altra lunga pezza, il collega, arguto, chiede: - Sì, ma cosa bisogna fargli fare? - Infatti, risponde la preside, bella domanda. E qualunque cosa si decida di fargli fare, sia chiaro che l'attività va formalizzata: programmazione, registro delle presenze e assenze, argomento della lezione, valutazione... Proposte? Mai sentito un collegio più silenzioso. Solo al termine della riunione, mentre già metà dei colleghi è fuori a fumarsi il cicco di rito, una collega proporrà di inserire i non avvalentisi in altre classi, facendo loro assistere ad altre lezioni in qualità di uditori. Così, random. Alla faccia della programmazione delle attività. Roba che mi viene da intervenire in favore dei diritti dei non avvalentisi, ma non posso: i non avvalentisi, per me, nelle sedi formali (consigli di classe, scrutini, collegi docenti) cui partecipo come insegnante di religione, non possono e non devono esistere. Forse la funzione strumentale "Servizi studenti" potrebbe organizzare qualcosa per loro. Ma già, sono io! Uhm.

DOES ANYBODY HERE REMEMBER VERA LYNN?

Monday, 31 August 2009 9:42 P GMT+01

Trent'anni che mi chiedo Vera, Vera, what has become of you?
Finalmente, la risposta
.
Corriere della Sera